«Un fondo sovrano per un’industria forte e un'Europa dei cittadini»

Marsili (Berggruen Europe): oggi si è spezzata l'idea dell'Ue come progetto capace di cambiare il mondo, occorre tornare a un’Ue ristretta e partire da una politica estera unitaria
Google preferred source
October 11, 2026
«Un fondo sovrano per un’industria forte e un'Europa dei cittadini»
Lorenzo Marsili, 42 anni, filosofo e direttore del Berggruen Institute Europe
Per risorgere più forte la Ue deve sapersi ripensare in un mondo che non c’è più. Partendo da poche mosse concrete: tipo una vera politica estera unitaria, fra un nucleo ristretto di Stati, e un fondo sovrano europeo. E con un sogno nel cassetto: vedere un giorno l’euro che sbarca «anche a Mosca», in un’Europa capace di tornare terra di pace. Pensieri e parole di Lorenzo Marsili, filosofo 42enne, direttore del Berggruen Institute Europe, laboratorio culturale che punta a far dialogare Occidente e Oriente, radicato a Venezia, ma con una presenza stabile a Pechino.
L’Europa si avvia verso i 70 anni, eppure se ne parla come di una grande incompiuta. Per quali ragioni?
Perché si è costruita in un mondo che non c’è più: un grande mercato all’ombra dell’ombrello americano, in una globalizzazione che sembrava inesorabile. Oggi l’ombrello si è chiuso e la globalizzazione si è fatta guerra commerciale. All’Europa e agli europei manca una cosa sola, la più difficile: volere essere una potenza e avere il coraggio di mettere da parte le proprie divisioni per diventarlo. La strada è mettere in comune, anche solo fra un gruppo ristretto di Paesi, la politica estera, fiscale, industriale e della difesa. L’alternativa è trasformarsi nei gestori di un grande albergo per turisti americani e cinesi.
Ci si attendeva dai rapporti Draghi e Letta una spinta che invece si fatica a cogliere. Lettura troppo pessimistica?
No, realistica. Secondo Epic (l’osservatorio European Policy Innovation Council, ndr ) a luglio era pienamente attuato appena il 15,7% delle raccomandazioni di Draghi. La diagnosi è condivisa da tutti, il rimedio da nessuno. Il problema non è tecnico, ma politico. I governi nazionali preferiscono il declino lento, che non fa notizia, piuttosto che dire la verità: l’alternativa all’integrazione europea è l’impoverimento e la sudditanza ai nuovi imperi.
Sul piano industriale, dopo il “Green deal” avviato senza però creare prima dei “campioni” europei, quali criticità vede davanti all’incalzare di Cina e Usa? E quali proposte ritiene praticabili?
La transizione non è stata un errore, però: ogni pannello solare rappresenta sicurezza energetica ed economica. Il difetto è aver chiesto una trasformazione industriale senza darle strumenti comuni sufficienti. Servono reti integrate, acquisti pubblici europei e investimenti produttivi. Ecco una proposta: un fondo sovrano europeo capace di investire, fra risorse pubbliche e risparmio privato, nei settori strategici – intelligenza artificiale, energia, tecnologia e difesa – e di acquisire e mantenere quote azionarie nelle aziende sostenute. La transizione energetica e la rinascita industriale sarebbe così finanziata dagli europei e, soprattutto, posseduta da loro attraverso singole quote. È la logica del capitale universale di base.
Un’alternativa agli sprechi nelle armi.
Non solo: investendo nelle tecnologie, è evidente che uno dei campi primari sarebbe quello della difesa. Si favorirebbero così compagnie ad alta tecnologia dual use (per scopi civili e anche militari, ndr ) e operazioni centralizzate a livello europeo, anziché disperdere risorse fra 27 eserciti diversi.
Anche in chiave geopolitica la Ue potrebbe giocare un ruolo davanti a queste due grandi potenze. Invece la percezione è che non abbia chiari i suoi interessi strategici. È così?
Gli interessi sarebbero chiarissimi: non diventare un grande spazio di estrazione economica, schiacciato tra i dazi di Washington e i surplus di Pechino, ma guidare una coalizione di Paesi che rifiutano la legge del più forte. L’Europa ha l’occasione storica di guidare la riorganizzazione del mondo, coinvolgendo Paesi quali il Canada, il Giappone, la Corea del Sud. È questo che fa arrabbiare: la difesa del primato nazionale non solo ci impoverisce, ma ci impedisce di trasformare il mondo a beneficio di tutti.
È più grave la mancanza di una politica estera o di un bilancio comune?
È come dire, meglio lottare con una mano legata o una gamba ingessata? La mancanza di politica estera pesa per una ragione: si potrebbe colmare subito. Non serve attendere ventisette governi: basterebbe che alcuni Paesi – ad esempio Italia, Francia, Germania e Spagna – mettessero in comune la propria posizione internazionale, quantomeno verso teatri quali Ucraina e Medio Oriente, e si dotassero di un solo rappresentante. Sarebbe nata così la politica estera europea di fatto. Ricordiamo che Schengen è nato con cinque Paesi, l’euro con undici.
L’allargamento dell’Unione, pur pensato con le migliori intenzioni, è stato però un errore storico o no?
No. Riunire il continente e riconoscere ai cittadini dell’Europa centrale e orientale il diritto di scegliere il proprio futuro è stata una conquista. L’errore è stato allargare l’Unione senza adeguarne le istituzioni. Ora dobbiamo distinguere: una più ampia area di cooperazione e, al suo interno, Paesi che condividano poteri reali in settori decisivi. Con l’adesione di Ucraina, Moldavia e Balcani, è il tempo dell’Europa a due velocità.
Alle porte dell’Ue infuria intanto, da 4 anni e mezzo, la guerra fra Russia e Ucraina. Al di là delle violazioni inaccettabili di Putin, è pensabile storicamente un’Europa che non dialoghi più con la Russia?
Io spero e credo in un futuro in cui nei negozi di Mosca si pagherà in euro. L’isolamento permanente non è un progetto politico e la Russia non coinciderà per sempre con il suo attuale governo. Per unire fermezza e negoziato serve un’iniziativa diplomatica europea accompagnata da un sostegno economico e militare all’Ucraina senza ambiguità.
In un’intervista ad Avvenire, l’ex premier Gentiloni ha ammesso che fu un errore il mancato riferimento alle radici cristiane nella Costituzione europea, poi abortita. Fu, in effetti, il segno di un’identità incerta?
Le radici cristiane sono un fatto storico, e Roma è stata capitale di due universalismi, quello del diritto e quello della fede. Ma il cristianesimo ha dato all’Europa soprattutto un’idea: che ogni persona, da qualunque luogo venga, possiede eguale dignità. È per questo che non possiamo trasformare quell’universalismo dell’accoglienza in un’identità chiusa, come vorrebbero i nazionalismi che si appellano al cristianesimo. Le radici servono a crescere, non a recintare.
Cosa deve fare l’Ue per tornare a parlare in particolare alle classi più povere del continente?
Nella Magnifica humanitas Leone XIV avverte che la giustizia sociale deve entrare nel modo stesso in cui la ricchezza viene generata. Questa è l’idea del capitale universale di base, oggi molto discussa negli Stati Uniti: rendere ogni cittadino comproprietario delle tecnologie che producono la nuova ricchezza. La via è un fondo sovrano europeo che detenga partecipazioni nelle grandi e piccole aziende del continente e ne ridistribuisca i proventi ai cittadini.
È da poco scomparsa la figlia di Altiero Spinelli, Barbara. Che cosa si è spezzato del sogno di Ventotene? E guardando all’Europa di oggi, c’è un leader, italiano o europeo, nel quale riconosce quella visione?
Un ricordo grato per Barbara Spinelli, che ha tenuto viva quella voce. Oggi si è spezzata l’idea che l’Europa sia un progetto capace di cambiare il mondo. Un erede unico non lo vedo. Vedo una diagnosi giusta in Mario Draghi e tanti governanti, a destra come a sinistra, che sanno che l’interesse nazionale passa per l’Europa, ma non osano dirlo. Il primo che saprà dirlo e tradurlo in poteri comuni avrà raccolto l’eredità di Ventotene.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire