«L’accordo sul carburante è una vittoria politica per la Russia»
Il fondatore del partito Jabloko, Grigorij Javlinskij: «Non è tanto una questione di soldi. Con l’intesa il Cremlino dimostra di essere imprescindibile e di contare più del rivale in termini geopolitici»

Grigorij Javlinskij, artefice del piano per la transizione del regime sovietico verso l’economia di libero mercato, è il fondatore del partito Jabloko, contrario alla guerra. Di fronte al nuovo accordo sul gasolio con Washington, è netto: «È uno scambio politico. Trump vuole dimostrare prima del midterm di essere disposto a tutto per i suoi elettori. Nonché di essere in grado di relazionarsi con grandi potenze per tutelare gli interessi delle categorie di riferimento: agricoltori, camionisti, spedizionieri. Con i prezzi del gasolio aumentati quasi del 70 per cento nell’ultimo anno, Trump aveva necessità impellente di farli calare. Per Putin, l’intesa è un passo verso la revoca generale delle sanzioni e la dimostrazione che la Russia è imprescindibile per il mondo. Soprattutto, conta più dell'Ucraina poiché Trump accoglie le sue richieste». L’intesa, in realtà, è relativamente limitata. Apre, però, una spaccatura all'interno del fronte occidentale nei confronti dell’isolamento di Mosca. «L’iniziativa non contribuisce in alcun modo a una soluzione pacifica né l’avvicina. Come due anni fa, quando c’è stato il vertice Brics in Russia, nel pieno “dell’operazione militare speciale” con la partecipazione di 36 Stati con ben 22 capi di Stato, sei organizzazioni internazionali e il Segretario generale dell’Onu».
Che impatto ha l’accordo sull’economia russa?
Molto limitato: 7 miliardi di dollari. La riduzione degli sconti, che precedentemente venivano concessi a causa delle sanzioni, contribuirà in misura minima al bilancio. Rafforzerà invece per un po’ la posizione politica della Russia nella contesa energetica. Aiuterà gli Usa e il mercato mondiale a far scendere i prezzi del carburante? Improbabile: il volume dell’accordo è irrisorio.
C’è chi sostiene che con l’accordo Trump finirebbe per finanziare l’operazione speciale. È così?
Dal 2022 all'ottobre 2026, i Paesi dell'Ue hanno pagato alla Russia circa 320,7 miliardi di dollari per petrolio, gas e prodotti petroliferi nonostante le dichiarazioni, i discorsi e le sanzioni. Riguardo al gasolio, sia nel 2021 che nel 2025, le esportazioni si sono attestate intorno ai 40 milioni di tonnellate all'anno. A causa delle sanzioni, le principali destinazioni delle vendite sono cambiate: da Europa a Asia centrale, Mongolia, Turchia, Brasile, Africa. Nell'aprile del 2026, la Russia avrebbe potuto esportare circa 3 milioni di tonnellate di gasolio al mese. A causa degli attacchi ucraini alle raffinerie e della conseguente carenza interna alla fine di agosto, questa cifra è crollata di quasi dieci volte. In base a questi dati, Trump non sta contribuendo ad aumentare i fondi per la cosiddetta “operazione militare speciale”. Non è una questione di soldi: è un accordo politico e dimostrativo per Putin. Secondo il Financial Times, Washington avrebbe proposto ai Paesi europei di scongelare parte dei beni statali russi. Idea respinta dai rappresentanti di Bruxelles.
La repressione in Russia, intanto, rimane drammatica nonostante gli appelli, compresi quelli di Muratov.
La situazione dei prigionieri politici continua a peggiorare per l’inasprimento sistematico delle politiche interne e l’utilizzo dei detenuti come strumento nel confronto geopolitico. Gli appelli, tra cui quello di Dmitrij Muratov, si scontrano con il muro eretto dall’apparato statale e il Cremlino che nega la loro stessa esistenza. Le autorità sono imperturbabili: i condannati devono scontare la pena. Si tratta di una questione estremamente dolorosa.
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