Cento anni fa l'attentato fallito a Mussolini. E nelle cattedrali si cantò il Te Deum
di Filippo Rizzi
Lo storico gesuita Giovanni Sale pubblica un saggio su "La Civiltà Cattolica": «Quel gesto rafforzò il prestigio personale del Duce. La stampa cattolica di allora interpretò quell'evento come un "segno del Cielo"». Non capendo le reali intenzioni del regime verso la Chiesa

Il mensile dei gesuiti italiani La Civiltà Cattolica ricorda nel suo ultimo numero il 4210 i cento anni dall'attentato a Mussolini a Bologna: avvenuto il 31 ottobre di cento anni fa. Lo storico Giovanni Sale in un articolato saggio apparso sulla più antica rivista italiana, fondata nel 1850 da Carlo Maria Curci, torna con la memoria all'attentato a Mussolini avvenuto il 31 ottobre 1926 e mette in rilievo come il gesto compiuto dall'anarchico il 15enne bolognese, vestito in camicia nera, Anteo Zamboni abbia dato occasione, quasi offerto il destro, al regime di emanare nuovi provvedimenti repressivi e continuare l'opera di fascistizzazione dello Stato, iniziata già dopo le vicende del delitto Matteotti del 1924. Quel gesto scosse il Paese, contribuendo così a rafforzare il sostegno a Mussolini e al regime. L'articolo riporta come la rivista dei gesuiti nel 1926 raccontò e descrisse quell'evento che scosse il Paese: «Il proiettile lacerò all’on. Mussolini la fascia del Gran Cordone Mauriziano e la giubba all’altezza del petto, attraversando quindi la manica del sindaco che gli sedeva a fianco. L’assassino aveva dunque mirato a una parte vitale; ma per un felicissimo tratto, in cui il popolo scorse una speciale assistenza del Cielo, l’on. Mussolini rimase del tutto incolume». Un gesto che permise, a giudizio di Giovanni Sale di imprimere una svolta sempre più repressiva da parte dello Stato fascista nei confronti dei diritti e delle libertà individuali. «Sull'attentato di Bologna - scrive il gesuita - si è discusso molto in sede storica, ma lo svolgimento dei fatti risulta ancora oggi avvolto nel mistero. Si è insistentemente parlato di provocazione poliziesca, di complotto organizzato da alcuni ambienti governativi ostili alla politica mussoliniana. Si è fatto anche il nome di alcuni possibili mandanti, come per esempio quello di Leandro Arpinati (ras di Bologna) e di Roberto Farinacci, ambedue autorevoli esponenti dell'ala intransigente del partito fascista». L’attentato a Mussolini diede diede occasione al regime di emanare nuovi provvedimenti repressivi delle libertà statutarie e di continuare dunque l’opera di fascistizzazione dello Stato, iniziata già dopo le vicende del delitto Matteotti e continuata in occasione dei diversi attentati compiuti contro la vita di Mussolini, spesso da squilibrati irresponsabili.
Lo storico gesuita sottolinea come «l'attentato di Bologna, strumentalizzato ad arte dalla propaganda fascista - come in parte era successo anche negli altri casi -, scosse profondamente l'opinione pubblica nazionale e rafforzò il prestigio personale di Mussolini presso gli italiani. Una parte della stampa cattolica interpretò lo scampato pericolo come un segno del Cielo, una sorta di protezione divina accordata al capo del fascismo per il suo impegno a favore della religione e della Chiesa. Molti vescovi indirizzarono a Mussolini telegrammi di felicitazioni, assicurandogli anche preghiere e sostegno per il suo lavoro a servizio del Paese, mentre in molte cattedrali italiane venne cantato un Te Deum di ringraziamento per la vita del duce». La rivista dei gesuiti rileva come tutto questo «non arrestò l'ondata di violenza che nei giorni immediatamente successivi all'attentato si scatenò contro le sezioni e i circoli delle opposizioni politiche. In particolare furono prese di mira le associazioni di Azione Cattolica, ritenute fiancheggiatrici del Partito Popolare. Da una relazione redatta per la Segreteria di Stato da monsignor Ferdinando Roveda, assistente generale dell'Azione Cattolica, risulta che tali atti di violenza e di devastazione furono particolarmente gravi toccarono diverse province dell'Italia settentrionale».
La rivista dei gesuiti evidenzia che «mentre nelle province dell'Italia settentrionale i gerarchi fascisti, spesso con l'aiuto o con la connivenza delle stesse autorità dello Stato, agivano impunemente contro alcune opere cattoliche, in quanto ritenute colluse con il Partito Popolare Italiano o guidate da assistenti che avevano militato nelle file del partito di don Sturzo, a Roma gli alti gerarchi del regime nei loro discorsi ufficiali condannavano le violenze perpetrate in provincia contro le associazioni cattoliche, salvo poi assicurare l'impunità ai colpevoli, non dando seguito cioè ai provvedimenti punitivi minacciati soltanto per motivi di propaganda politica. Insomma, era la solita politica mussoliniana del bastone e della carota per tenere sotto scacco la gerarchia e la Santa Sede». Nella parte finale del saggio padre Giovanni Sale evidenzia come quell'attentato rappresentò l'occasione per il regime per dare un segnale inequivocabile alla Chiesa di Pio XI. «Mussolini infatti in quel momento intendeva lanciare un segnale forte al mondo cattolico, e cioè che non avrebbe in nessun modo tollerato alcuna forma di sopravvivenza di "cattolicesimo politico", anche mascherato da finalità sociali o filantropiche, - si legge nel saggio - all’interno delle organizzazioni di Azione Cattolica, e invitava l’autorità ecclesiastica a rimuovere dai quadri dell’organizzazione tutti coloro che avevano militato nel Partito Popolare Italiano o continuavano a nutrire sentimenti filo popolari. Egli inoltre intendeva far comprendere agli uomini di Chiesa, e alla Santa Sede in particolare, che nell’educazione della gioventù italiana si sarebbe andati avanti secondo le disposizioni della legge sull’istituzione dell’Opera Nazionale Balilla. Il fascismo non era intenzionato ad abbandonare tale importante ambito della vita sociale alla cura dei preti, come era avvenuto fino ad allora».
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