Bye-bye Labour, sulla Gran Bretagna soffia ancora il voto populista
di Fabio Carminati
Il partito del premier Starmer perde mille seggi su 5mila nelle elezioni locali, a favore dei Liberal Democratici, dei Verdi e soprattutto del partito di estrema destra Reform Uk di Nigel Farage

La parola che sintetizza l’esito delle elezioni locali tenutesi giovedì in Inghilterra, Galles e Scozia è in linea con il sensazionalismo contratto dei titoli che campeggiano sui tabloid inglesi: Starmegeddon. Un “calembour” che associa il concetto di Apocalisse al primo ministro Keir Starmer. La batosta incassata dal suo partito, alla guida del governo di Sua Maestà da neppure due anni, è clamorosa: i Labour hanno perso più di mille seggi su 5mila (i risultati definitivi sono attesi oggi) a favore dei Liberal Democratici, dei Verdi e, soprattutto, di Reform Uk, il partito di estrema destra di cui è leader il trumpiano Nigel Farage. La sua “creatura”, nata dalle ceneri del Brexit Party, ha fatto incetta di seggi – più di 1.250 – attestandosi come il partito più votato. In Galles, dove si è votato anche per il rinnovo del parlamento locale, l’avanzata di Reform Uk, associata alla crescita degli indipendentisti di Plaid Cymru, ha messo fine alla storica premiership laburista. Dopo quasi trent’anni, il governo di Cardiff, nato con la devolution del 1999, cambierà colore. Plaid Cymru, che ha vinto la tornata, non ha i numeri per formare la maggioranza. Di certo c’è, per il momento, che i laburisti, riusciti a mantenere solo 10 dei 96 scranni complessivi, faranno opposizione e che di questa non farà parte la premier uscente, Eluned Morgan, perché, addirittura, non eletta nel suo seggio di Ceredigion Penfro. La sconfitta l’ha costretta a dimettersi ammettendo: «È stata una catastrofe». La disfatta dei Labour in Galles, da sempre roccaforte della sinistra operaia, è come sale sulle ferite del partito di governo che ha registrato perdite anche in altri storici collegi “rossi”. Il premier Starmer ha ammesso che i risultati della consultazione sono «molto, molto duri» e che se ne assume la responsabilità. Ma non farà alcun passo indietro come qualcuno, all’interno dei sindacati e del suo stesso partito, gli chiede. pensando già a chi possa sostituirlo. «Quando gli elettori inviano un messaggio di questo tipo – ha precisato – dobbiamo riflettere e reagire». (Angela Napoletano)
Ci dev’essere stata una forte nebbia quest’inverno sulla Manica e il “Continente è rimasto di nuovo isolato”. Perché, se l’Europa sta andando in direzione ostinata e contraria nei confronti dei populismi, nell’isola sembra che il tempo politico viaggi dalla parte opposta, premiando Nigel “sempre in piedi” Farage e il discusso astro nascente leader dei Verdi d’Albione, Zack Polanski. Oltre ai liberal-democratici.
Reform Uk e Verdi escono trionfatori dal voto amministrativo che ha chiamato ai seggi quasi venti milioni di elettori, la metà degli aventi diritto britannici. Polansky, ex attore teatrale (dopo l’ucraino Volodymyr Zelensky non passa di moda il politico nato sulle assi di un palcoscenico), ha letteralmente traghettato il partito, un tempo “più grigio che verde”, verso una linea di “eco-populismo”, ottenendo consensi progressivi e significativi. Nigel “Mr Brexit” Farage dopo i guai con la giustizia Ue tra il 2014 e il 2017 – per i soldi incassati dai suoi segretari dall’Unione e scomparsi nelle casse del partito, e per i “regali” ricevuti dall’uomo d’affari Arron Banks – è riuscito però a trasformare il fango in una medaglia al merito di anti-Ue.
Entrambi i “vincitori” però, va detto subito, hanno avuto soprattutto una dote. Quella cioè di avere imparato benissimo la strategia che nella politica del Regno sembra pagare da tempo: “Don’t move and wait”, non muoverti e aspetta. La stessa che, nel luglio del 2024, aveva premiato i laburisti con la schiacciante vittoria alle elezioni parlamentari. Così “l’immobile” Keir Starmer era riuscito a scalzare dopo 14 anni dal trono i Tory di Rishi Sunak. Un caso analogo (al contrario) si è ripetuto alle amministrative di giovedì. Reform Uk, Verdi e Lib-Dem hanno fatto fuori in un colpo solo il bipartitismo secolare britannico: il partito di Farage, con l’esultanza dei suoi sponsor d’oltreoceano, vedi Trump, Vance, e Musk, è diventato il primo dell’United Kingdom nelle amministrazioni locali. E se si votasse oggi per le politiche scaccerebbe da Downing Street a calci (è suo costume usare immagini gentili come questa) il sempre più politicamente insignificante Starmer. Che in meno di due anni ha dilapidato buona parte di un patrimonio elettorale di quasi dieci milioni di voti, 411 deputati su 650 e un rassicurante 33,7 per cento di maggioranza.
Ora, secondo i dati parziali dello spoglio, sempre più certi con il passare delle ore, il Labour vede dimezzati i consiglieri e risulta sorpassato da Reform Uk. Il partito della sinistra, addirittura, potrebbe arrivare a perdere fino a 1.500 consiglieri raggiungendo la soglia psicologica che evoca elezioni politiche anticipate o, comunque, fine della reggenza dell’attuale premier. Risultati che «fanno male» e sono «molto duri», come ha ammesso quest’ultimo con tono funereo. Frase che indica consapevolezza del fatto che la sconfitta va ben oltre l’attuale consultazione per toccare le radici del parlamentarismo britannico, segnando, forse definitivamente, la fine del bipartitismo forte in una nazione chiave dell’Occidente.
Mentre i 250 anni dall’Indipendenza americana cadono nel pieno di un passaggio epocale per l’altra patria del “doppio partito”, gli Usa, i paradossi si accumulano. Il primo è che il “sentiment” britannico di pentimento nella scelta di uscire dall’Ue si scontra con la vittoria di un personaggio abilissimo nello sfruttare l’ostilità verso Bruxelles solo per farsi eleggere parlamentare e poi lasciarsi mandar via. Cosa che i sempre meno manichei inglesi hanno abbondantemente dimenticato. L’esito stride anche con il distacco della nazione dalle politiche di Trump. Nessuno come Farage ha cavalcato il “no” all’immigrazione del presidente Usa per poi appiattirsi del tutto sulle tesi del tycoon, al punto di essere stato il primo a precipitarsi a Mar-a-Lago per le congratulazioni dopo l’annuncio della seconda candidatura. Non va dimenticato, però, che la contraddizione tra il malcontento, presunto dai sondaggi, per l’abbandono dell’Europa da parte di Londra e l’exploit populista ribadisce uno dei principi cardine delle dinamiche elettorali: il municipio intercetta sempre un voto di “interesse”, quello nazionale invece è più “strutturato”.
C’è, poi, un altro elemento cruciale per spiegare la sfasatura – almeno a considerare le ultime tornate – tra Londra e il “Continente” riguardo al populismo. L’isolazionismo-isolano britannico non ha mai provato il contatto diretto con amministratori populisti e con le loro posizioni estreme su temi dirimenti come i diritti umani. Quel radicalismo che Farage definisce «esaltante» nelle decisioni di Trump. Alcuni Paesi dell’Unione Europea, invece, hanno a che farci da anni. E ci hanno fatto i conti su questioni chiave: contributi a Bruxelles, immigrazione, “pericolo russo” e politiche comunitarie. Non sorprende che alcune abbiamo di recente cambiato idea, vedi l’Ungheria che fu di Orbán. Anche lì il vento soffia in direzione “ostinata e contraria”. Ma rispetto a quello di Londra, almeno in questa tornata elettorale, sembra gonfiare i vessilli dei vincitori.
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