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Il volo da Cuba agli Usa
Il Papa: "Seguo la dottrina sociale"
Gianni Cardinale <BR>inviato negli Usa
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Papa Francesco ieri sera ha messo piede negli Stati Uniti per la prima volta nella sua vita. Dopo i tre giorni passati a Cuba è cominciata così la seconda fase del suo viaggio americano. Il volo che lo ha portato da Santiago a Washington è arrivato puntuale nella base militare di Andrews.

Ad accoglierlo Barack Obama, la moglie Michelle accompagnata dalla mamma. Non è usuale che il presidente Usa si scomodi per accogliere in prima persona un ospite. Ma per il vescovo di Roma l’inquilino della Casa Bianca – come d’altronde fece George Bush con Benedetto XVI – ha fatto una eccezione. Il Papa è stato salutato anche dal vice-presidente Joe Biden con famiglia, dal cardinale di Washington Donald W. Wuerl, dai vertici della Confererenza episcopale Usa (con il presidente, l’arcivescovo di Louisville Joseph E. Kurtz e il vice, il porporato Daniel N. DiNardo) e dall’ordinario militare Timothy P. Broglio. Il clima che ha accolto il Papa è stato meno caldo di quello percepito a Cuba.


E non solo per il clima fresco di Washington rispetto al caldo opprimente di Santiago. Nella base aerea che l’ha accolto, oltre alle forze di sicurezza e a tanti operatori dei media, si sono assiepati anche molti fedeli che lo hanno salutato calorosamente. Ma nelle strade che dalla base di Andrews al centro di Washington non ci sono state le folle di fedeli e curiosi né i tanti striscioni di benvenuto che si sono potuti vedere a Cuba. Il benvenuto negli Usa non prevedeva discorsi.

 

Discorsi invece – del Papa e di Obama - che sono previsti stamane (le 16 in Italia) per la cerimonia di accoglienza ufficiale alla Casa Bianca. Successivamente il Pontefice parlerà al numeroso episcopato statunitense. La giornata terminerà con la cerimonia di canonizzazione del beato Junipero Serra, apostolo della California e patrono dei fedeli latinos degli Stati Uniti.


La conferenza stampa durante il volo

L'embargo degli Stati Uniti verso L’Avana, il mancato contatto con i dissidenti cubani, l’incontro con Fidel Castro, le accuse di chi lo considera un “antipapa” o di chi ritiene troppo morbido con il comunismo rispetto al capitalismo.

Questi i temi affrontati da papa Francesco nella conferenza stampa di quasi mezz’ora concessa sul volo Alitalia che lo ha portato da Santiago di Cuba a Washington dove è atterrato martedì notte (ora italiana, il tardo pomeriggio locale) ed è stato accolto dal presidente Barack Obama con la moglie Michelle e le due figlie nella base militare di Andrews. Domande, come sempre, proposte in piena libertà, e senza filtri, dai cronisti. Domande a cui il Pontefice non si è sottratto, rispondendo italiano e in spagnolo.

Al Papa è stato chiesto un commento sull’embargo Usa nei confronto di Cuba e se affronterà il tema nel discorso al Congresso americano. «Il problema dell’embargo è parte del negoziato, è pubblico – ha risposto –. Il mio desiderio è che ci sia un accordo che soddisfi ambo le parti. Riguardo alla posizione della Santa Sede rispetto agli embarghi, il riferimento è quello che dice la dottrina sociale della Chiesa. Al Congresso toccherò il tema dell’importanza degli accordi bilaterali e multilaterali come segno di progresso nella convivenza, ma non affronterò il tema specifico».

Altro tema al centro della conferenza stampa è stato il mancato contatto con i dissidenti anti-castristi e la denuncia che sono stati arrestati. «Non ho notizie a riguardo (degli arresti, ndr) – ha chiarito Francesco –. A me piace incontrare tutti, tutti sono figli di Dio. Era ben chiaro che non ci sarebbero state udienze particolari con dissidenti e con altri, incluso capi di Stato (di altri Paesi, ndr). So che dalla nunziatura qualcuno di loro era stato invitato nella Cattedrale per un saluto. Ma quando sono andato lì nessuno di quelli che ho salutato si è identificato come dissidente».

Sull’incontro con Fidel Castro, e in particolare se il leader abbia mostrato segni di pentimento per le sofferenze imposte in passato alla Chiesa cubana, papa Bergoglio ha affermato: «Il pentimento è una cosa molto intima, di coscienza. Con Fidel ho parlato di storie di gesuiti da lui conosciuti. Gli ho portato i cd di padre Llorente, gesuita, e due libri di don Pronzato. Abbiamo parlato molto di queste cose, e molto dell’enciclica Laudato si’. Lui è molto interessato al tema dell’ecologia. È stato un incontro non tanto formale, ma spontaneo. Non abbiamo parlato del passato, tranne che dei gesuiti del collegio da lui frequentato da giovane».

Ambianti conservatori Usa mettono in dubbio che Francesco sia cattolico. E la domanda è entrata nel dialogo avvenuto durante il volo papale. «Un cardinale amico – ha risposto Bergoglio – mi ha raccontato di una signora molto preoccupata, un po’ rigida ma buona cattolica, che è andato ad incontrarlo e gli ha fatto domande sull’“anticristo” che qualcuno dice sarà un “antipapa”. “Perché mi chiede questo?”, le ha detto. E lei ha risposto: “Perché sono sicura che papa Francesco è l’antipapa”. “Ma perché?”. “Perché non usa le scarpe rosse…”. Io sono certo che non ho detto una cosa in più che non fosse nella dottrina sociale della Chiesa. Le cose si possono spiegare e forse qualche spiegazione ha dato una impressione di essere un pochettino più “sinistrina”, ma sarebbe un errore di spiegazione. La mia dottrina nella Laudato si’ sull’imperialismo economico è quella della dottrina sociale della Chiesa». E poi sorridendo ha regalato una battuta: «E se è necessario che io reciti il Credo, sono disposto a farlo, eh…». Poi è stato fatto notare al Papa che qualcuno considera le sue critiche al comunismo molto più soft di quelle duramente rivolte al capitalismo e al liberismo nell’ultimo viaggio in America latina. «Le cose che si devono correggere le ho detto chiaramente, non profumatamente, non in modo soft – ha detto –. (Nel viaggio in America latina, ndr) non ricordo poi di aver detto qualcosa di più rispetto a quello che ho scritto duramente nell’enciclica e nell’Evangelii gaudium sull’imperialismo, sul capitalismo selvaggio, liberale. Ho detto quello che avevo scritto lì, che è abbastanza. A Cuba il viaggio è stato molto pastorale, con la comunità cattolica, con i cristiani e anche con le persone di buona volontà. Anche con i giovani, che erano credenti e non credenti, il discorso è stato di speranza e di incoraggiamento, di dialogo, per cercare ciò che ci accomuna e non quello che ci divide. Era un linguaggio più pastorale, invece nell’enciclica si doveva parlare di cose più tecniche».

Quindi un cenno al possibile ruolo della Chiesa nel futuro dell’isola caraibica. «A Cuba sono state indultati più di tremila prigionieri prima della visita – ha sottolineato Bergoglio –. La Chiesa qui a Cuba sta lavorando per fare indulti. Qualcuno mi ha detto che sarebbe bello di finire con ergastoli che è quasi una pena di morte nascosta, e questo l’ho già detto. Un’altra ipotesi è che si facciano indulti generali ogni due, tre anni. La Chiesa ha lavorato, sta lavorando, ha chiesto indulti e continuerà a farlo». E di fronte a Francesco è stato evidenziato che Cuba è stata visitata da tre Papi in poco tempo. «No, non ha mali speciali – ha osservato il Pontefice argentino –. Ha quelli che possono avere altri Paesi. Giovanni Paolo II è stato in Brasile tre o quattro volte, ma non per questo può essere considerato un Paese malato. La genesi della mia visita è stata un poco casuale, è maturata dopo l’accordo del 17 dicembre scorso. Sono contento di aver incontrato il popolo cubano e la comunità cristiana cubana».

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