Università, la riforma del reclutamento è legge: sparisce l'Abilitazione Scientifica Nazionale

La Camera ha dato il via libera definitivo con 122 voti favorevoli, 70 contrari e 3 astenuti. I rettori: contribuisce a sanare le criticità
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July 7, 2026
La riforma del reclutamento e della valutazione di professori e ricercatori universitari è legge. La Camera ha dato il via libera definitivo alla legge fortemente voluta dalla ministra dell'Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, con 122 voti favorevoli, 70 contrari e 3 astenuti. La riforma cancella l'Abilitazione Scientifica Nazionale (Asn), il primo ostacolo che i docenti dovevano superare per accedere ai ruoli di professore. Le selezioni passano ora interamente nelle mani dei singoli atenei tramite concorsi locali gestiti via piattaforma digitale. 
La scelta di superare l'Asn, nelle intenzioni di chi ha dato vita al provvedimento, nasce dall'esigenza di aggiornare l'attuale sistema basato, appunto, sull'Asn: il sistema, basato su criteri spesso interpretati in modo disomogeneo e su un doppio livello di valutazione nazionale e locale, ha inoltre contribuito ad aumentare il contenzioso tra candidati e atenei (oltre 2.000 i casi in questi anni), senza riuscire a superare del tutto i fenomeni di localismo nei concorsi. L'Asn, infatti, equivaleva sostanzialmente a una sorta di patente di idoneità, mentre la chiamata effettiva restava demandata alla singola università tramite concorso locale gestito in completa autonomia (dal 2012 gli abilitati sono stati più di 71.000, mentre i chiamati poco meno di 40.000).
Ora Governo e Ministero dell'Università e della Ricerca puntano a semplificare e rendere più trasparenti le procedure di reclutamento, attraverso meno passaggi e criteri più chiari, superando il localismo nelle carriere accademiche e rafforzando la responsabilità degli atenei nel rispetto dell'autonomia universitaria.
Con la riforma l'Asn viene sostituita da un sistema di «requisiti di produttività e qualificazione scientifica» fissati con decreto ministeriale entro 90 giorni dall'entrata in vigore del provvedimento. Non conteranno solo il numero di pubblicazioni, ma anche l'attività didattica, l'esperienza di ricerca in Italia e all'estero, la partecipazione a progetti di ricerca. In tutti i concorsi diventa poi obbligatoria una prova didattica, così da verificare concretamente le capacità di insegnamento. Cambia il criterio per la composizione delle commissioni giudicatrici con l'introduzione del sorteggio: le commissioni saranno formate in larga parte da membri esterni sorteggiati da liste nazionali, con l'obiettivo di ridurre il peso delle scelte e dei condizionamenti interni agli atenei.
Per i professori ordinari e associati le commissioni saranno ordinariamente composte da cinque membri (o tre, per i settori più piccoli), di cui uno nominato dall'ateneo che bandisce il posto e quattro sorteggiati da liste nazionali. Per i ricercatori sono invece previsti tre membri, di cui uno nominato dall'ateneo e due sorteggiati.
Le liste nazionali saranno predisposte e aggiornate dal Ministero con validità biennale. Gli atenei avranno autonomia nei concorsi ma più responsabilità nelle scelte. Dopo tre anni dall'entrata in ruolo, i neoassunti saranno oggetto di valutazione da parte di Anvur. Professori e ricercatori a tempo indeterminato in servizio da almeno cinque anni potranno trasferirsi in un'altra università. La riforma entrerà in vigore gradualmente, senza interrompere le procedure già in corso.
Esulta la ministra Bernini: la riforma «è un ottimo bilanciamento tra l'autonomia dei singoli atenei e la responsabilità dei medesimi atenei», ha dichiarato. Sottolineando come sia falso che «abbiamo ridotto i finanziamenti all'università. Non è vero, noi li abbiamo aumentati con una cifra record di 9,5 miliardi di fondi nazionali e strutturali».
«L’intervento del Ministero sull’Asn va nella direzione giusta perché affronta con pragmatismo alcune criticità che il sistema di reclutamento delle università ha evidenziato nel corso degli anni - commenta Laura Ramaciotti, presidente della Crui, la Conferenza dei rettori delle Università italiane -. Criticità quali l’eccesso di burocrazia, l’aumento dei contenziosi e l’alimentazione di aspettative che non sempre hanno trovato un’effettiva corrispondenza nella realtà. Apprezziamo il lavoro del ministro Anna Maria Bernini, che ha avviato un percorso di semplificazione, capace di coniugare trasparenza e rapidità delle procedure. Il nuovo assetto, riconoscendo alle università un ruolo centrale nella gestione dei processi di selezione e reclutamento e una maggiore responsabilità nelle scelte, rafforza nei fatti l’autonomia. Riteniamo altrettanto positiva l’attenzione riservata alla valutazione dell’attività didattica, un elemento qualificante della professione di docente universitario. Si tratta di passi concreti verso un sistema più moderno, più efficiente e più aderente alle esigenze delle nostre università».
Completamente negativo il giudizio delle opposizioni parlamentari. «Questo provvedimento è parziale, confuso e costruito più per concentrare potere che per migliorare il sistema universitario italiano», sottolinea Roberto Giachetti, deputato di Iv-Casa Riformista. Per la deputata Irene Manzi, capogruppo Pd in commissione Cultura, la riforma «stravolge il reclutamento universitario, abolendo ogni selezione nazionale e localizzando totalmente i concorsi, con conseguenze potenzialmente devastanti in termini di qualità e trasparenza delle procedure selettive».

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