Ho sognato tanti Sheldon Cooper in un mondo senza più tenerezza
Il vero monito di "Magnifica humanitas" è molto semplice: una civiltà che ammira soltanto l’intelligenza finirà per disprezzare la fragilità

Mi è capitata una cosa curiosa dopo aver letto Magnifica humanitas di Papa Leone. Quella sera sono andato a dormire pensando alle pagine dedicate alla dignità della persona, al rischio di una società che misura tutto, classifica tutto, valuta tutto. Pensieri che si sono mescolati ai dibattiti sull’intelligenza artificiale, sugli algoritmi, sull’ossessione contemporanea per la performance. E nella notte quei pensieri si sono trasformati in un incubo. Ho sognato un mondo popolato esclusivamente da Sheldon Cooper. Per chi non lo conoscesse, Sheldon Cooper è uno dei protagonisti della serie televisiva The Big Bang Theory : un fisico teorico brillantissimo, dotato di un’intelligenza straordinaria, ma spesso incapace di comprendere le sfumature emotive e sociali delle relazioni umane. È diventato celebre proprio per il suo modo estremamente razionale, rigoroso e tutt’altro che empatico di guardare il mondo. Non ho sognato lo Sheldon simpatico della televisione, quello che fa ridere il pubblico con le sue eccentricità. No. Ho sognato il principio che Sheldon rappresenta portato alle estreme conseguenze: una società costruita interamente sulla razionalità calcolante, sull’efficienza, sulla competenza, sulla logica impeccabile.
Tutti erano intelligenti. Tutti erano preparatissimi. Tutti ragionavano in modo perfettamente coerente. Eppure era un posto terribile. Nessuno sembrava interessato alle persone che non eccellevano. Nessuno aveva tempo per le esitazioni, per le fragilità, per gli errori. Ogni conversazione assomigliava a una valutazione. Ogni rapporto umano sembrava una selezione. Ogni persona era giudicata per quello che produceva, per la qualità delle sue analisi, per la sua capacità di risolvere problemi. Io mi sentivo fuori posto. Non perché fossi meno intelligente degli altri, ma perché intuivo che qualcosa di essenziale mancava. Mancava la tenerezza. Mancava la pazienza. Mancava quel tipo di comprensione che non nasce dal calcolo ma dalla condivisione della comune fragilità umana.
Ricordo una sensazione fisica molto precisa: mi sentivo soffocare. Era come vivere in una stanza perfettamente ordinata ma senza finestre. Tutto funzionava. Ma nulla era vivo. Nel sogno cercavo una via di fuga. Cercavo qualcuno che sapesse ridere senza una ragione, aiutare senza un vantaggio, ascoltare senza giudicare. Cercavo una persona normale. Una persona imperfetta. Una persona umana. Quando mi sono svegliato ho pensato che forse il mio incubo aveva a che fare proprio con il messaggio più profondo dell’enciclica. Il rischio dell’intelligenza artificiale non è che le macchine diventino umane. Il rischio è che gli esseri umani decidano di diventare macchine. Che finiscano per adottare come ideale umano ciò che è soltanto un ideale computazionale. Non è un caso che Sheldon Cooper consideri il dottor Spock di Star Trek, non un uomo ma un alieno vulcaniano, il suo modello ideale. Spock rappresenta il primato della logica sulle emozioni, il controllo assoluto dei sentimenti, l’aspirazione a liberarsi di tutto ciò che appare irrazionale. In un certo senso, Sheldon è un uomo che non vuole più essere pienamente umano: guarda all’umano come a qualcosa da correggere, da disciplinare, da superare. In fondo, se dovessimo scegliere un cittadino perfetto secondo criteri puramente utilitaristici, probabilmente Sheldon Cooper sarebbe un ottimo candidato. Conosce più cose degli altri, commette meno errori, è meno influenzato dalle emozioni, prende decisioni più razionali. Ma una società abitata soltanto da Sheldon sarebbe invivibile. Perché la vita umana non è fatta soltanto di problemi da risolvere. È fatta di persone da accogliere.
Le nostre famiglie funzionano non grazie all’efficienza, ma grazie alla pazienza. Le amicizie non sopravvivono grazie alla logica, ma grazie alla fedeltà. Le comunità non nascono dalla competizione, ma dalla solidarietà. Le persone che più hanno segnato la mia vita non sono sempre state le più intelligenti, le più produttive o le più performanti. Sono state spesso quelle più capaci di comprendere, perdonare, incoraggiare e condividere. Nessun algoritmo attribuirebbe a queste qualità il valore che meritano. Per questo, ripensando a quel sogno, mi sembra che il vero monito di Magnifica humanitas sia molto semplice: una civiltà che ammira soltanto l’intelligenza finirà per disprezzare la fragilità. E una civiltà che disprezza la fragilità finirà inevitabilmente per scartare gli esseri umani reali. Perché gli esseri umani reali non sono Sheldon Cooper.
Per fortuna.
Per fortuna.
Vescovo di Macerata
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire 





