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Siria: «Embargo inutile e dannoso»
Luca Liverani
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Inutili e tragicamente dannosi. Il mondo delle organizzazioni non governative conosce bene gli effetti perversi degli embarghi sui civili. Perché prostrano popolazioni già stremate da dittature e conflitti, senza scalfire minimamente i tiranni. I siriani affamati di Madaya e Aleppo sono l’ennesima, inutile prova. Non ha dubbi Gianfranco Cattai, presidente di Focsiv, il cartello di Ong per la cooperazione di ispirazione cattolica. «Condividiamo in pieno la richiesta di Avvenire di togliere l’embargo alla Siria. È inumano e illegale. Focsiv sostiene ad Aleppo i Fratelli maristi, che vivono il dramma del taglio delle risorse idriche da parte delle milizie jihadiste. Portare aiuti è difficilissimo, i convogli devono pagare la tangente a ogni fazione che controlla le aree in cui passano, come in Somalia».


Cattai dice che «il problema in Siria è anche il misconoscimento degli operatori umanitari: ormai “si spara sulla Croce Rossa”». Ma interrompere l’embargo non basta, «servono corridoi umanitari. In Siria, anche nelle città assediate, ci sono ancora presenze eroiche che resistono. Dobbiamo riuscire a sostenerle ». Come i medici siriani che lavorano in strutture informali. Una rete che Medici senza frontieresostiene, tra grandi difficoltà, come racconta Silvia Dallatomasina, responsabile da Bruxelles del coordinamento delle attività mediche in Siria: «Da cinque anni forniamo un supporto clandestino, inviando materiale e sostegno scientifico. Riusciamo a farlo anche in zone assediate, ma quando l’assedio è totale non è più possibile». Enorme il numero di siriani nella morsa: «Noi stimiamo siano 2 milioni, l’Onu parla di 400mila persone, distinguendo tra zone assediate e difficili da raggiungere. Ma un carico ogni sei mesi non significa che la situazione è gestibile. Da tempo chiediamo di sospendere l’embargo per far arrivare aiuti, come a Madaya o Zabadani, ma si riesce a negoziare solo quando la situazione diventa estremamente critica. Non si deve arrivare a tanto, serve un flusso continuo: l’embargo va interrotto, per gli aiuti e per evacuare i feriti e i malati. Anche perché lo staff medico locale è esausto. Ora bisogna fare pressione sul Consiglio di sicurezza dell’Onu». «Gli unici embarghi ammissibili sono quelli sul commercio di armi e sui proventi della vendita clandestina di petrolio. 


Tutti gli altri hanno prodotto solo disastri», dice Alfio Nicotra, vicepresidente della Ong Un ponte per. «L’esperienza di dodici anni di Iraq, con centinaia di migliaia di morti, insegna che gli embarghi servono solo ai dittatori, che li usano come strumento di propaganda interna». In Siria “Un ponte per” ha già portato tre carichi di aiuti per conto del ministero degli Esteri nel nord della Siria, nella regione di Rojava, dov’è Kobane: tende, medicinali salvavita, kit scolastici: «È un’area amministrata insieme da curdi, cristiani, yazidi e sunniti, con gli incarichi condivisi da uomini e donne. Un esperimento unico di democrazia poco sgradito alla Turchia, che non permette il passaggio di aiuti: bisogna allungare il percorso di cinque ore passando dall’Iraq. Contro l’embargo c’è sensibilità nel governo, ma serve un’iniziativa dell’Ue». Anche per Tommaso Saltini, direttore dell’Associazione Pro Terra Sancta, ong al servizio della Custodia di Terra Santa, «fermare l’embargo è senza dubbio un’operazione fondamentale, che ci permetterebbe oggi di aiutare con molta più agilità il popolo siriano stremato dalla guerra. Noi riusciamo nonostante tutto ad aggirare questo ostacolo che dovrebbe colpire il regime e invece sfianca, ancora e sempre di più, la povera gente».


Concorda Rossella Panuzzo, portavoce di Terre des Hommes, una delle nove Ong che animano Agire (agenzia italiana risposta emergenze). «Sosteniamo da sempre il no all’embargo. Ai civili servono viveri, farmaci, generi di prima necessità. In Siria collaboriamo con la Mezzaluna Rossa, fornendo a Latakia e Damasco beni e attività psico- sociale. Ad Aleppo abbiamo tentato di allestire un reparto pediatrico. Gli embarghi colpiscono i civili, come a Gaza, dove non riescono ad arrivare i ricambi per le pompe dei pozzi».
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