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Editoriale
Colonia: la misura che non si può perdere
Marina Corradi
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Ciò che è successo a Colonia la notte di Capodanno a distanza di giorni non smette di inquietare, anzi, più emergono le testimonianze delle donne aggredite, più è chiaro che un episodio di queste proporzioni sfugge alla consuetudine della cronaca, e non è solo cronaca nera. Almeno 121 donne aggredite o rapinate, e anche uno stupro, nella piazza tra il Duomo e la stazione di Colonia, nel cuore della città, la notte del 31 dicembre: mentre tutti festeggiavano, una massa di diverse centinaia, forse mille uomini, come si fossero messi d’accordo, a piccoli gruppi hanno circondato e aggredito le passanti, giovani o mature, ma tutte donne.


Le vittime hanno riferito di una sorta di tribale battuta di caccia, di otto, dieci mani addosso che le toccavano dappertutto, come fossero cose, e dell’impossibilità di sfuggire, come in un incubo; e infine delle borse strappate – ma quasi come se questo fosse il meno, rispetto alla paura e alla violenza di quelle mani rapaci. Ed episodi simili sono accaduti a Amburgo e a Düsseldorf, quasi in una azione organizzata. La Germania, dove le donne sono più ancora che da noi abituate a circolare sole e libere, sta a guardare sbalordita. E il governo della signora Merkel medita severe contromisure.


Non era un piccolo branco, non era nemmeno una periferia degradata. È accaduto nel cuore di Colonia, sotto a quel maestoso duomo che, quasi solo, si salvò dalle bombe che rasero al suolo la città nell’ultima guerra. La torma di aggressori, riferiscono le donne aggredite, avevano tratti «nordafricani o mediorientali». Dato, questo, esplosivo, perché rischia di accanire la polemica sulla accoglienza agli stranieri e di alimentare le istanze xenofobe. Dato però difficilmente eludibile, che testimonia di una area di integrazione drammaticamente ardua, anche in uno dei Paesi più aperti alla immigrazione. Perché, se le concordi testimonianze delle vittime sono attendibili, si dovrebbe pensare a un improvviso rigurgito della forma mentale di quei mondi che vogliono le donne chiuse in casa, e sottomesse. Si dovrebbe pensare che in una notte di capodanno e trasgressione qualcuno abbia pensato che la trasgressione potesse, nell’ebbrezza collettiva della città in festa, non avere limiti: e nella piazza di Colonia è traboccata, dai fumi della birra, una sorta di rabbiosa antica maschilista "rivincita".


Rivincita sulla libertà delle donne, tedesche e straniere, che in Germania sono abituate a uscire, lavorare, andare nei locali da sole: padrone di sé. Rivincita, e castigo per quelle che, come è normale in Occidente, non stanno chiuse in casa, non sono sottomesse, lavorano, non si velano il viso. Quasi una rivalsa che sembra salire da viscere profonde, da tempi passati, da un evo di barbari che attaccavano le donne perché fisicamente deboli, e le violentavano a farne "terra" loro, nelle regioni invase.


Certo a Colonia non è accaduto questo, eppure sarebbe miope relegare l’episodio a una balordata, a uno scherzo dell’alcool e del Capodanno. Come, poi, in tanti si sono messi assieme in una simile impresa? Nell’alcool, nel contagio reciproco e collettivo, oppure l’analogia con altre città tedesche deve fare pensare a un disegno?
E ci sarà magari anche chi dirà che, in fondo, non è morto nessuno. Ma pensiamo alla umiliazione e al terrore di quelle ragazze, di quelle donne: se riaccadesse in una nostra città, come penseremmo alle nostre figlie, alle nostre sorelle, quando rincasano la sera?


L’aggressione di Colonia tocca un ganglio vitale del nostro vivere insieme: la dignità e la libertà che l’Occidente riconosce, dopo secoli di travagli e di lotte, alle donne. Qualcosa che per noi ormai è pressoché scontato. Tanto che a Colonia l’altra notte la stessa polizia ha tardato, interdetta, a capire che cosa davvero stesse succedendo, e a intervenire. Non avevano mai visto una cosa simile. Erano preparati, in giorni come questi, a un attacco, ma non questo. Eppure, se ci pensate, anche questo è un attacco a noi, alla nostra cultura e libertà: che dobbiamo difendere senza isterie ma con assoluta fermezza. Perché nessuno può pensare che sia possibile vivere e lavorare in Europa e passare sopra al rispetto della intangibile dignità di ogni uomo e di ogni donna. Questa misura che abbiamo conquistato, e che in molti modi viene oggi insidiata, non si può proprio perdere.
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