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Obama in Argentina: «Mai più desaparesidos»
Lucia Capuzzi
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Il presidente Usa Barack Obama e quello argentino Mauricio Macri
gettano fiori nel Rio de la Plata in memoria delle vittime della dittatura (Lapresse)

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Mai più dittatura. “Nunca más” (Mai più). Il presidente Barack Obama ha scandito le due parole in spagnolo. La frase è risuonata nel Parque de la Memoria, il memoriale per le vittime dell’ultima dittatura, in un giorno simbolico: il 24 marzo di 40 anni fa, il golpe militare inaugurava una delle pagine più buie della storia argentina. Una successione di muri bianchi chiude il lungofiume di Buenos Aires: sopra, uno ad uno, sono scritti i nomi dei trentamila scomparsi. Negli spazi tra una barriera e l’altra si intravedono le acque del Rio de la Plata, dove riposano tantissimi dei desaparecidos: dopo il sequestro e la tortura, i militari gettavano i prigionieri, ancora vivi, nel fiume, tramutato in cimitero clandestino.
 
L’omaggio
Là, su quelle stesse acque, il capo della Casa Bianca, accompagnato dall’omologo Mauricio Macri, ha gettato una corona di fiori. Poi ha affermato: “Questo Parque è un omaggio al coraggio e alla perseveranza. Rendiamo onore ai coniugi, ai genitori, ai figli che non hanno mai smesso di lottare per la giustizia e la verità”.

Archivi aperti
Perché quest’ultima possa affiorare in piena “trasparenza” – come anticipato nei giorni precedenti da fonti dell’Amministrazione -, il presidente ha annunciato l’apertura, con dieci anni di anticipo, degli archivi militari e d’intelligence Usa in cui è contenuta documentazione relativa all’epoca del regime (1976-1983). Una svolta non solo per la ricostruzione degli eventi argentini. Negli anni Settanta e Ottanta, le dittature latinoamericane – Brasile, Bolivia, Cile, Uruguay e Paraguay – erano legate dal “Piano Condor”: una sorta di alleanza fra i vari sistemi repressivi per dare la caccia agli oppositori in tutto il Continente. I documenti, dunque, potrebbero aiutare a far luce sulle vicende dell’intera regione. E sul ruolo degli stessi Stati Uniti, considerati il principale sostegno dei dittatori “latini” in chiave anticomunista.
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Guerra sporca addio
“Gli Stati Uniti non sono più lo stesso Paese di allora”, ha affermato Obama. Anzi, proprio l’orrore argentino, “ha fatto maturare Washington”, mostrandole come il rispetto dei diritti umani fosse “altrettanto importante della lotta al comunismo”. Un discorso, relativo al passato, che guarda, però, al futuro. Dopo aver posto fine alla Guerra fredda, con il viaggio a Cuba, il capo della Casa Bianca è andato in Argentina per chiudere l’oscuro capitolo della “Guerra sporca”, che insanguinò l’America Latina fino alla caduta del muro di Berlino. Il presidente non ha fatto un esplicito “mea culpa”. Ha moltiplicato, però, i gesti di simpatia: dal tango improvvisato all’assaggio del mate.
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La scelta di non visitare l’ex centro clandestino della Esma, poi, ieri, come chiesto dalle organizzazioni per i diritti umani in quanto rappresentante di un Paese che, all’inizio, appoggiò i militari, è stata interpretata come un segno di profondo rispetto per il dolore nazionale.

E le dichiarazioni delle ultime 48 ore puntano hanno ribadito l’impegno di Washington per una politica nuova nel Continente, all’insegna del rispetto e del riconoscimento della piena indipendenza. 

Guardare a Sud
La Casa Bianca sa che “fare i conti” con il passato, è un passaggio indispensabile perché gli Stati Uniti possano riprendere a “guardare a Sud”. Una priorità della geopolitica di Obama in questo momento.

L’acuirsi delle crisi in Medio Oriente ha fatto diminuire l’interesse americano per quell’area. Mentre l’Asia, nonostante gli sforzi degli ultimi anni, continua ad essere diffidente verso Washington. Da qui, la scelta di Obama di concentrare gli sforzi di fine mandato sull’America Latina. L’obiettivo è spianare la strada al proprio successore. Sempre che non sia Donald Trump. 
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