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CORTE SUPREMA
Usa, strappo
sulle nozze gay
I vescovi:
«Giorno tragico»
Elena Molinari
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Con una controversa decisione che spacca il Paese, la Corte suprema americana ieri ha bocciato la legge Usa che definisce il matrimonio come unione di un uomo e una donna. La sentenza, cinque voti a quattro, non stabilisce un diritto federale al matrimonio fra omosessuali. I giudici si sono limitati a definire incostituzionale la norma che impedisce a coppie dello stesso sesso di ottenere benefici economici, fiscali e sanitari a livello nazionale. La prima conseguenza concreta del pronunciamento saranno infatti migliaia di dichiarazioni dei redditi congiunte da parte di coppie omosessuali. Gli Stati che non ammettono le nozze gay non saranno però costretti a riconoscere matrimoni omosessuali celebrati altrove.

Ma pur senza essere entrato nel merito del principio morale e del diritto di famiglia alla base della legge Doma del 1996 (Defense of marriage act), il massimo tribunale americano ha vanificato la sua esistenza. D’ora in avanti nessuna agenzia del governo federale, dal ministero delle Finanze al Pentagono, potrà quindi trattare una coppia omosessuale diversamente da una eterosessuale, e sarà obbligata a riconoscere a tutte gli stessi benefici. Come gli sconti fiscali per le famiglie, la reversibilità delle pensioni, l’immunità dalla tassa di successione (entro certi limiti).

La Corte inoltre ha deciso che i difensori del matrimonio tradizionali che avevano fatto causa per proteggere il bando in California alle nozze gay non avevano diritto di farlo, aprendo così la strada a un ritorno al matrimonio gay nello Stato.

I due pronunciamenti rappresentano una svolta decisiva nella storia americana verso la creazione di un concetto di matrimonio più esteso, che esce dalla sua definizione tradizionale. «Applaudo la scelta della Corte suprema che ha cancellato una legge discriminatoria», ha commentato Barack Obama in viaggio per la missione africana, che solo pochi mesi fa, prima delle elezioni presidenziali, ha cambiato idea sulle nozze gay, dichiarando di sostenerle. «Quando tutti gli americani vengano trattati come eguali, non importa chi sono o chi amino, allora tutti noi siamo più liberi», ha continuato il presidente, definendo la sentenza «una vittoria per le famiglie che avranno da oggi in poi il rispetto e la protezione che meritano».

Il capo della Casa Bianca ha subito dato ordine ai legali della sua Amministrazione di studiare le conseguenze pratiche della legge. C’è quindi da aspettarsi che Obama applicherà il precedente in modo aggressivo, riscrivendo volumi di leggi e regolamenti federali. Il presidente ieri si è affrettato però a non dichiarare guerra alla cospicua minoranza di americani che non trova nulla da festeggiare nella sentenza. «L’Amministrazione è stata sempre rispettosa di come le istituzioni religiose definiscono e consacrano il matrimonio – ha concluso –. Questa decisione, che riguarda solo le nozze civili, non cambia questo nostro atteggiamento».

Una frase che non ha rassicurato i vescovi americani, che hanno chiamato quella di ieri una giornata «tragica per la nazione».

Ironicamente è stato proprio un cattolico praticante l’ago della bilancia della decisione gay. Anthony Kennedy ha infatti messo la firma decisiva alla sentenza, schierandosi contro gli altri quattro cattolici della Corte: Anthony Scalia, Clarence Thomas, Samuel Alito e il giudice capo John Roberts. Così facendo Kennedy, insieme ai quattro giudici liberal (Ruth Bader Ginsburg, Stephen Breyer, Sonia Sotomayor e Elena Kagan) si è attirato le ire di Anthony Scalia, il giudice che ha firmato l’opinione di minoranza e che ha preteso, in modo inconsueto, di leggerla per esteso dopo la sentenza.

«Con questa sbalorditiva decisione il giudice Anthony Kennedy ha svilito la Corte suprema», ha letto Scalia, che considera il verdetto «un’affermazione della supremazia del potere giudiziario sopra i rappresentanti del popolo in Congresso e sull’esecutivo».

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