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Presidenziali Usa 2016
Primarie Usa, verso il Supermartedì
Elena Molinari
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Urla, insulti, imitazioni sarcastiche, illazioni volgari. Alla vigilia del voto del “Supermartedì”, i candidati repubblicani hanno adottato lo stile Trump. E il tono sempre meno presidenziale della destra, divisa fra i sostenitori del miliardario e i leader di partito terrorizzati dal suo successo, ha messo in ombra l’avvincente gara a sinistra fra la prima donna ad avere la possibilità di sedere nello Studio ovale e un socialista ebreo ultrasettantenne che ha acceso l’entusiasmo di milioni di giovani.

Dopo due mesi di perplesse esitazioni di fronte al fenomeno tycoon improvvisatosi politico,  Marco Rubio e Ted Cruz si sono tolti i guanti, improvvisamente consapevoli che il momento per fermare la cavalcata del miliardario è ora, prima della consultazione decisiva di martedì, o mai più. Durante un dibattito televisivo trasformatosi in rissa verbale, nei comizi e negli spot, gli unici due rivali del magnate che hanno la possibilità di batterlo sono passati all’attacco, evidenziando le sue debolezze e incoerenze. Rubio, in particolare, ha risposto agli appelli di Grand Old Party di fare di tutto per liberarli da Trump (considerato troppo imprevedibile per arrivare alla Casa Bianca). Nei 13 Stati che vanno al voto martedì, il giovane senatore della Florida ha saturato l’etere con il messaggio che gli ha fatto vincere il dibattito di giovedì sera a Houston: Donald Trump è un opportunista inaffidabile. Le imprese che costruiscono i suoi hotel fanno ampio ricorso agli immigrati che vorrebbe deportare in massa, ha fatto notare. E la linea di abbigliamento che porta il suo nome viene prodotta nei Paesi, Cina e Messico, che ha promesso di isolare economicamente, per «riportare a casa i lavori rubati agli americani». Cruz intanto ha preso di mira le credenziali conservatrici di Trump, mandando in onda spezzoni di interviste nelle quali il magnate difendeva il diritto all’aborto o lodava Hillary Clinton. «Arkansas (o Alabama, o Texas) non puoi fidarti di Donald Trump», concludono gli spot.

I due sfidanti non hanno lasciato nulla al caso. Di fronte a un investimento di due milioni in pubblicità da parte di Trump, Rubio, grazie ai donatori del Gop, ne ha spesi quasi quattro, Cruz cinque. Finora gli spot non hanno contato molto negli Stati più piccoli dove gli elettori si aspettavano di vedere di persona i candidati, ma la vastità del territorio al voto martedì potrebbe cambiare la dinamica.
 
Nonostante la lotta a destra abbia assorbito completamente l’attenzione nazionale, i candidati democratici si trovano di fronte a una svolta non meno cruciale. Sia in South Carolina, dove si è votato ieri, che nei sei Stati del Sud alle urne martedì, Clinton si è presentata agli elettori come l’erede politico di Barack Obama. Se l’investimento non darà i frutti sperati, il “socialista” Sanders (che ha ottenuto l’appoggio del regista afroamericano Spike Lee) potrebbe avere un’apertura per riconquistare il vantaggio perso in Nevada.

Ecco le particolarità di ogni Stato.

Alabama. Trump ha riempito interi stadi per i suoi comizi in questo Stato bianco, conservatore ed evangelico. Ma Cruz sta mettendo in evidenza i trascorsi libertini del magnate per riconquistare il voto  cristiano. Clinton conta sulle preferenze dei neri, che qui formano più della metà degli elettori dell’asinello.

Samoa. Votano solo i democratici e i delegati in palio sono solo sei.
 
Alaska. Si esprimono solo i repubblicani in questo Stato conservatore e libertario che dalla sua nascita nel 1959 nelle elezioni generali ha scelto sempre un repubblicano, tranne una volta. L’ex governatrice Sarah Palin appoggia Trump.

Arkansas. Stato tradizionalista e socialmente conservatore che potrebbe rispondere agli appelli alla difesa della vita e della famiglia di Cruz. Qui Hillary gioca in casa: i democratici dovrebbero riservare la vittoria alla moglie del loro ex governatore Bill.

Colorado. Contano solo i delegati democratici. Sanders ha concentrato molte energie sullo Stato per dimostrare che può ottenere il voto dei latinos e essere competitivo all’ovest.

Georgia. Marco Rubio punta tutto sulla larga fetta di moderati dello Stato. Clinton sugli afroamericani, anche se Sanders appare forte fra gli studenti ad Atlanta.

Massachusetts. Stato a maggioranza cattolico che rappresenta un’opportunità per l’unico candidato cattolico in gara, Rubio. Ma anche Stato liberal dove i democratici apprezzano le posizioni del “socialista” Sanders.

Minnesota. Qui un elettorato repubblicano relativamente liberal potrebbe preferire il moderato Rubio. A sinistra, Sanders conta sulla maggioranza bianca e sui giovani, ma Clinton gode dell’appoggio dei notabili di partito locali.

Oklahoma. Scontro frontale fra Cruz e Trump in questo Stato ultra conservatore. Fra i democratici, Sanders appare in testa, grazie a una scarsa presenza di minoranze etniche.

Tennessee. Simile copione per il Gop. Anche qui la popolazione afroamericana è ridotta. Un vantaggio per Sanders, in teoria. Ma i sondaggi vedono Hillary in testa.

Texas. Il più grande e importante Stato al voto, con un elettorato variegato che rappresenta quasi tutti i gruppi demografici chiave a livello nazionale. È lo Stato di Cruz, ma Trump lo insidia da vicino nei sondaggi. La forte presenza di latinos favorisce Clinton.

Vermont. Stato moderato e indipendente simile al New Hampshire, che ha dato la vittoria a Trump. Ma qui il governatore John Kasich gode di molte simpatie e potrebbe sottrarre voti moderati di cui Rubio ha bisogno per arginare il miliardario. Demo-cratici: è lo Stato di Sanders e la sua vittoria è garantita.

Virginia. Giochi aperti in casa Gop in questo Stato diviso in due: rurale e conservatore al sud e abitato da funzionari e impiegati federali che lavorano nella liberal Washington al nord. La stessa prossimità all’establishment della capitale offre un vantaggio a Clinton. da Trump all’ovest.

Wyoming. Voto solo per il Gop. Lo Stato dell’ex vicepresidente Dick Cheney non offre molte speranze a Rubio. La battaglia sarà fra la capillare organizzazione locale di Cruz e la forza dimostrata da Trump all'ovest.
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