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Lettere al direttore
Il direttore risponde
«Adozioni gay, trappola già nell'art.3»
L'abbiamo scritto. Si stralci tutto il tema
Marco Tarquinio
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Caro direttore,
bisogna stare molto attenti quando si parla di possibili "mediazioni" sul testo del ddl Cirinnà, perché proposte che hanno l’apparenza del buon senso rivelano in realtà dei pericoli non inferiori rispetto al testo base. Anche espungendo, infatti, dal testo l’art. 5, disciplinante la cosiddetta stepchild adoption per le coppie omosessuali, il rischio dell’introduzione nel nostro ordinamento di tale istituto non è per nulla scongiurato. L’art. 3 comma 4 stabilisce infatti che «le disposizioni riguardanti il matrimonio e le disposizioni contenenti la parola "coniuge" "coniugi", ovunque ricorrano nelle leggi (...) si applicano anche a ciascuna delle parti della unione civile».


La norma esclude, altresì, dalla propria applicazione solo al titolo II legge 184/83 (legge sulle adozioni) riguardante, si badi bene, l’adozione ordinaria. L’equiparazione tra unione e civile e matrimonio non è dunque esclusa con riferimento agli altri capi della legge 184, ivi compreso il capo IV attinente alle adozioni in casi particolari. E proprio nel capo IV della legge 184 è contenuto l’art. 44 lett. b, quello che nella sua formulazione attuale consente al "coniuge" di adottare il figlio anche adottivo dell’altro coniuge. Ecco svelato l’inganno: anche eliminando la previsione specifica della stepchild adoption per le coppie omosessuali tale istituto diventerebbe comunque operativo in forza della norma generale contenuta nell’art. 3 comma 4.


La verità è che l’unica soluzione, utile e concreta, rimasta in campo è quella emersa dal Family Day, ovvero il ritiro totale del testo o la sua bocciatura, visto che ormai è iniziato l’esame dell’Aula, perché si proceda con un nuovo testo che parta da basi culturali, politiche e concettuali totalmente diverse. Un testo che rispetti le singole persone e i relativi diritti, il che non ha nulla a che vedere con i diritti della famiglia costituzionale, un testo che vieti esplicitamente il ricorso all’utero in affitto, comunque e dovunque. Un testo che impedisca al furore ideologico e al profitto del mercato di prevalere sulla dignità e sulla vita umana e sullo stesso, ragionevole, buon senso, che caratterizza largamente l’opinione pubblica.
Olimpia Tarzia - Presidente Movimento PER Politica Etica Responsabilità

Il nodo del quarto comma dell’articolo 3 che lei indica, cara presidente Tarzia, è esattamente quello che abbiamo messo sotto i riflettori e approfondito mercoledì scorso, 3 febbraio, titolando anche in prima pagina. Leggendolo con attenzione, infatti, salta agli occhi il problema. E purtroppo è più che lecito sospettare che chi ha costruito l’articolato che la maggioranza del Pd ha deciso di portare "di forza" nell’aula del Senato, saltando passaggi decisivi del lavoro in Commissione, abbia operato in modo da attirare l’attenzione sull’articolo 5, dedicato apertamente alla stepchild adoption, mentre mirava a introdurre quasi di soppiatto un principio più generale che stabilisce la possibilità di adozioni speciali per i conviventi dello stesso sesso che stipulano una «unione civile». Per questo il ddl cosiddetto Cirinnà, checché si continui a sostenere, va corretto seriamente, eliminando le pedisseque sovrapposizioni con il matrimonio ex art. 29 della Costituzione e stralciando, in ogni caso, la parte riguardante la stepchild adoption e qualunque altro richiamo all’adozione (artt. 3 e 5). È giusto che di questa si parli approfonditamente in altro momento e altro contesto, considerando bene le ricadute di ogni novazione normativa su istituti così delicati e preziosi come l’adozione e l’affido, tenendo fermo un duplice obiettivo: tutelare i bambini (soggetti mai riducibili a oggetti) senza traumatizzare coloro che sono già nati, ma garantendo secondo i princìpi della nostra civiltà giuridica un effettivo e insuperabile stop alla disumana pratica degli uteri in affitto e del commercio di gameti umani. Lei non crede, come altri, che quel testo sia davvero emendabile e che gli obiettivi che da queste pagine continuiamo a proporre siano condivisi anche da tanti parlamentari oltre che da una grandissima parte dell’opinione pubblica. Io invece non dispero. Credo che il ddl sulle unioni civili sia correggibile, con un lavoro accurato e condotto con intenzioni e modalità cristalline come dimostra l’impegno di esponenti di diverse politiche (ieri sulle nostre pagine si è espresso in modo molto interessante il senatore del Pd Giorgio Tonini). Credo che sia giusto impegnarsi a fondo perché questo accada. E non smetto certo oggi di pensare che una mediazione alta e rispettosa di tutte le persone toccate dalla normativa che si progetta sia possibile e possa tracciare una onesta "via italiana" alla legislazione in tema di unioni solidali diverse da quelle matrimoniali. Non mi arrendo, in definitiva, all’idea di una politica che legifera – e agisce – per malizia o superficialità o ignoranza. Se invece sarà così, lo denunceremo di nuovo, come abbiamo sempre fatto. Ma sino all’ultimo non smetteremo di informare e di batterci con le armi della documentazione e del dialogo per cambiare le cose e scongiurare ogni ingiusto rischio.
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