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Il teologo Halík: Età secolare, abitanti o cercatori?
Fabrizio Mastrofini
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La fede? È un cammino. La secolarizzazione? Un processo non necessariamente negativo. Temi che vanno presi in considerazione, proveniendo da don Tomáš Halík, classe 1948, nato a Praga dove oggi è parroco, docente di sociologia all’Università di Praga, vincitore tra l’altro del Premio Templeton 2014 per la sua opera di studioso cattolico. Ha conosciuto la clandestinità – è stato ordinato nel 1978, in piena epoca comunista – ed oggi porta la sua vasta esperienza umana e di studioso per dare linfa nuova all’annuncio cristiano.

«Bisogna distinguere – dice – tra la secolarizzazione, che è un processo storico, e il secolarismo, che è una vera e propria ideologia, il cui obiettivo è cancellare la voce dei credenti nello spazio pubblico. Così come cerco di fare nei miei libri, dobbiamo sempre sviluppare l’idea che la Chiesa, nel mondo contemporaneo, sia una comunità di persone in cammino. La secolarizzazione non è la fine della cristianità, piuttosto rappresenta l’assorbimento di molti elementi fondamentali della cristianità nel contesto della società moderna. È un processo che ha una caratteristica paradossale in quanto può portare una sorta di "perdita della visibilità".

È un paradosso che rivela, ad un livello teologico, la caratteristica della kenosis, della spoliazione, tipica del cammino cristiano». Ed è proprio uno dei temi al centro della riflessione del convegno organizzato dalla Gregoriana, cui Halík parlerà domani su «Discernere i segni dei tempi».

Oggi siamo sfidati dal multiculturalismo, presente in Europa e anche, allo stesso tempo, dalla presenza di altre religioni. Come agire, a suo avviso?
«Sì, è vero, e a volte abbiamo l’impressione di assistere a un confronto drammatico. La Chiesa ha un ruolo da svolgere, come mediatrice tra il mondo islamico e la cultura secolare dell’Occidente, di cui comunque condivide molti valori».

Lei crede superata la distinzione tra credenti e non credenti?
«Penso che, come ci dice la sociologia delle religioni, sia più esatto distinguere tra "cercatori" e "abitanti". Perché se vediamo i numeri, o facciamo riferimento alla nostra esperienza, sembra certamente che sia in calo la pratica religiosa e la frequentazione di chi "abita" le chiese. Ed è anche vero che in tanti "abitano", si sentono a casa, in una visione che prescinde da Dio. Però allo stesso tempo cresce di continuo il numero delle persone che sono "cercatori"; sempre più persone concepiscono la fede come un cammino, un percorso dinamico che attraversa periodi di crisi e momenti di incertezza. In tante situazioni abbiamo dei "credenti senza appartenenza". Come spiegano i sociologi, molti dei nostri contemporanei hanno cessato di identificarsi in una specifica confessione ma non smettono di cercare il significato dell’esistenza».

Cosa fare?
«È davvero una grande questione. Le persone in ricerca non possono venire agganciate da quanti pensano di possedere una verità definita e definitiva. Serve un percorso di accompagnamento, il che implica attenzione, dialogo, solidarietà, vicinanza, rispetto reciproco, generosità. Papa Benedetto XVI ha avuto per questo la grande intuizione del Cortile dei Gentili. Papa Francesco dimostra cosa può fare un atteggiamento franco, aperto, accogliente».

In che modo la sua storia personale è coinvolta in questo atteggiamento di dialogo?
«Sono cresciuto nell’epoca comunista. Sono stato battezzato a 18 anni, poi ho studiato clandestinamente teologia, perché all’epoca la Chiesa agiva nelle catacombe, sotto la guida della luminosa figura del cardinale Tomacek, arcivescovo di Praga, una delle figure-chiave della resistenza al regime comunista. Sono anche stato ordinato sacerdote in clandestinità. E adesso, come docente all’università e allo stesso tempo parroco, metto a frutto la mia esperienza per cercare le vie per parlare agli uomini e donne nostri contemporanei».

Dunque come capire i segni dei tempi?

«La secolarizzazione non è la fine dell’era cristiana bensì, come dicevo, un processo di assorbimento della cristianità nella cultura moderna. Un successo e un rischio. Nel futuro, mi auguro, la Chiesa continuerà ad operare in una situazione di ulteriore pluralismo culturale al quale dovrà rispondere con sempre maggiore pluralismo interno. Ed emergeranno modalità di operare e vivere la fede, forse all’insegna di un paradosso: essere allo stesso tempo "fedeli" e "infedeli", perché il nostro è un cammino, mai concluso, con momenti di incertezza. Il compito della Chiesa, oltre alla pastorale e all’attività missionaria, potrà essere di accompagnare questi cercatori, lavorare insieme a loro, in cammino con loro. Un accompagnamento e un dialogo che porteranno un paradigma nuovo nell’ecclesiologia, sulla linea della nuova evangelizzazione intrapresa da Giovanni Paolo II».
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