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Cronaca
Roma
«Immigrazione, senza un piano si rischia il caos»
Paolo Lambruschi
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Una stretta prevedibile, imposta da Berlino e dai Paesi scandinavi, ma che rischia di scardinare il disorganizzato sistema italiano di accoglienza nei prossimi mesi. La notizia, trapelata giovedì, della stretta sulle impronte digitali e la fotoidentificazione dei profughi da parte del governo italiano non ha sorpreso chi è impegnato in prima linea nell’accoglienza.

Dopo i richiami dell’Europa al Belpaese, accusato di lasciar transitare verso i Paesi limitrofi i migranti sbarcati sulle nostre coste, il ministero dell’Interno ha emanato a metà settembre una circolare interna in cui si cambiano le modalità di fotosegnalamento. Il documento prevede tempi stringenti per le procedure e non fa sconti a nessuno, compresi siriani ed eritrei che si sono sempre rifiutati di farsi prendere le impronte. In tanti sono così riusciti a fuggire dalla Sicilia in treno e a varcare i confini verso il nord Europa.

Tutto senza lasciare le impronte digitali in Italia e senza dover quindi aspettare nel nostro Paese l’iter della domanda d’asilo come prevede, invece, il regolamento Dublino II, secondo cui la richiesta va fatta obbligatoriamente nel primo Paese di approdo.

«La normativa europea è chiara – afferma il direttore della Fondazione Migrantes, monsignor Giancarlo Perego – e va applicata. Del resto, da gennaio sono arrivate sulle nostre coste oltre 130mila persone e almeno la metà se n’è andata». Giusto dunque prendere le impronte a tutti? «Inevitabile se si applica la legge – ragiona Perego –; semmai il governo si adoperi per far rivedere la normativa in sede europea a fronte dello sforzo che sta sostenendo l’Italia, ormai porta d’accesso europea dal Mediterraneo. Teniamo conto, però, che per chiedere aiuto occorre prima dotarci di un piano nazionale asilo come gli altri partner europei, che accolgono fino a cinque volte più di noi. Servono a mio parere 100mila posti per la prima accoglienza dei profughi e altrettanti per il sistema Sprar, cioè la seconda accoglienza. Cosa cambierà? Che li rimanderanno in Italia dove hanno preso le impronte. Finora ne hanno rispediti 4.000, entro fine anno saranno molti di più».

Questo aggraverà una situazione critica perché finora manca un piano vero e proprio. Lo chiede Oliviero Forti, responsabile immigrazione della Caritas italiana. «C’è poco da dire, le regole vanno applicate. Ma allo stesso modo il governo che prende le impronte e scheda i profughi deve predisporre un piano per l’accoglienza. Senza contare che se nei prossimi mesi, come prevedibile, gli immigrati continueranno a dirigersi verso nord e verranno rimandati in Italia secondo le regole di Dublino II, i posti per i "dublinanti" sono già pochi oggi».

Insomma, occorre programmare per prevenire l’emergenza umanitaria. Ma è sul versante giuridico e procedurale che Christopher Hein, direttore del Consiglio italiano per i rifugiati, non nasconde le proprie perplessità. «Uno stato ha il diritto di identificare chi arriva ai propri confini. Ma cosa succede se costui si rifiuta di farsi identificare? Si usa la forza anche se è un richiedente asilo, ma per i metodi coercitivi serve un provvedimento del giudice e dal punto di vista pratico non vedo come si possa procedere quando ad esempio sbarcano 2.000mila persone a Pozzallo il sabato sera. Il rischio è che si arrivi ad un ampliamento dei Cie, per legge i luoghi deputati all’identificazione. Ora sono ridotti a 800 posti, aprirne altri sarebbe un passo indietro».
A meno che, sperano tutti, la circolare del Viminale non serva più che altro a rassicurare l’Ue in attesa che siano le burrasche d’autunno a fermare i viaggi della speranza.
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