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Cronaca
L'intervista
Rosi: «A Lampedusa e Lesbo un Nobel condiviso»
ANGELA CALVINI
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​Il regista Gianfranco Rosi. (Foto Lapresse)

«Ora il film è consegnato al pubblico. Mi piacerebbe che la gente andasse al cinema per prendere coscienza di ciò che accade, immergendosi anima e corpo in questo dramma». Gianfranco Rosi risponde dalla sua casa romana, attorniato dalla sua famiglia. Il regista è stanchissimo, ha il fiatone a forza di rispondere a telefonate di amici, parenti, autorità che lo bombardano di chiamate e congratulazioni dopo l’Orso d’Oro vinto al festival del cinema di Berlino sabato scorso con il suo Fuocoammare, documentario che racconta Lampedusa e la tragedia dei migranti. Più che un’inchiesta «un grido di disperazione » come ha detto il regista sollevando il trofeo.

Lei non risparmia nulla della realtà delle morti nel Mediterraneo in 'Fuocoammare'. Tutto il documentario è un lungo percorso verso quel momento tragico che appare alla fine, urtante, che pone domande. Un’immagine del genere va vista per far capire la tragedia in corso. Uno non può più girarsi dall’altra parte. Queste persone non sono numeri.

Un invito prenderci tutti le nostre responsabilità? Noi tutti siamo responsabili di questa mattanza indecente di persone che stanno scappando dalla guerra. Il film è una testimonianza, non dà giudizi. Ed è anche la storia di un’isola meravigliosa che è Lampedusa, raccontata attraverso la sua gente, il piccolo Samuele, il dottore, i pescatori. Tutta gente incredibile che accoglie.

Lei ha rilanciato la candidatura a Lampedusa per il Premio Nobel per la Pace. Ora pure l’isola greca di Lesbo si trova nella stessa situazione... Giusto ieri mi è arrivata una telefonata da una radio greca che mi chiedeva proprio questo. Lesbo sta vivendo quello che Lampedusa ha sempre vissuto. La prima a meritarsi il Nobel per la pace e l’accoglienza è l’isola siciliana, ma guardando alle tragedia di Lesbo, darei un Nobel condiviso a queste due isole avamposto della disperazione. A Lesbo ero stato tempo fa ed è terribile pensare che nei 7 chilometri che la dividono dalla costa turca muoiano migliaia di persone. Uno dei più grandi genocidi sta avvenendo davanti ai nostro occhi. Un vero Olocausto.

L’Europa fino a pochi mesi fa forse non la avrebbe premiata a Berlino... L’Europa si è accorta finalmente che una massa di persone si sta muovendo. Non è un problema dell’Italia e di Lampedusa, occorre affrontarlo in quanto Europa. E che un Paese come l’Austria metta delle restrizioni agli ingressi è una tragedia nella tragedia.

Come in 'Sacro Gra' che vinse a Venezia, lei ha portato le storie degli ultimi nel cinema di serie A. I miei film nascono da un incontro con le persone, che poi diventano i personaggi del film. Si tratta di un percorso narrativo lungo, di una frequentazione, di fidu- cia, per raccontare il mondo interiore di ogni personaggio. Tra sorriso e dramma, occorre cogliere stati d’animo che rimandano a un oltre, e così i personaggi diventano metafora.

A Berlino lei ha ricevuto anche i premi della Giuria ecumenica, di Amnesty International e del pubblico. Di questi in particolare sono orgoglioso perché, come diceva Kennedy per parlare dei diritti degli individui occorre partire dal singolo, smettere di parlare di numeri e incontrare gli sguardi. Però mi piacerebbe che non fosse necessario un Orso d’Oro, con il relativo clamore mediatico, per porre all’attenzione questi argomenti. Se fossi arrivato secondo, di un documentario sui migranti non avrebbe parlato nessuno...
 
Dopo questo, che farà? Ora è tempo di pensare a mia figlia Emma, che ha 16 anni e a cui ho dedicato il premio. Dopo un anno e mezzo passato lontano a Lampedusa, si merita che le stia vicino. 

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