venerdì 26 aprile 2024
Battaglia procedurale alla Camera sull'emendamento che aveva visto il governo ko in commissione. Dopo le spinte del centrodestra per ripetere il voto, Fontana dispone il raddoppio dei tempi in aula
La riunione della commissione Affari costituzionali della Camera

La riunione della commissione Affari costituzionali della Camera - ANSA

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Com’era prevedibile, si consuma uno strappo senza precedenti sull’autonomia differenziata, una delle leggi più controverse della legislatura, su cui la Lega ha posto le sue condizioni alla coalizione. Un «vulnus» per le istituzioni, accusano le minoranze, destinato a ripercuotersi sul resto della legislatura.

Alla fine di una giornata di scontri e di tensioni altissime, la maggioranza riesce a bocciare l’emendamento 1,19 della deputata di M5s Carmela Auriemma al ddl sull’autonomia differenziata che avrebbe cancellato la parola “autonomia” dall’articolo 1 della legge, lo stesso che le opposizioni avevano approvato mercoledì scorso con 10 voti a favore contro 7, grazie alle assenze di diversi parlamentari di centrodestra. Un voto non concluso, secondo l’interpretazione della maggioranza, che non ne proclama l’esito.

Ma, anziché ripetere il voto nell’immediato per la controprova - criterio indicato dallo stesso presidente della Camera per le prossime situazioni analoghe che dovessero crearsi - la maggioranza attende due giorni e si presenta al completo. Pd, M5s, Azione, Iv e Avs escono dall’aula. Di fatto Lorenzo Fontana, interpellato mercoledì dal presidente della commissione Nazario Pagano (Fi), demanda con una lettera allo stesso Pagano la responsabilità della regolarità delle votazioni. Indicando, appunto, alcuni criteri generali per il futuro che in parte collidono con quanto accaduto in occasione del voto della discordia.

Inizia così un lungo braccio di ferro procedurale, che registra toni durissimi, sospensioni, espulsioni, rientri, e la richiesta dell’opposizione compatta di una conferenza dei capigruppo presieduta dallo stesso Fontana, che a sera rientra a Montecitorio da Bruxelles per prendere in mano la situazione.

Le opposizioni gridano allo «strappo istituzionale». Ma la coalizione va avanti a testa bassa, malgrado le opposizioni abbiano presentato 2.000 emendamenti. L’idea resta quella di portare in Assemblea il testo entro lunedì, anche senza averlo votato in commissione.

Sui tempi, però, il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani (Fdi) concede una frenata, rassicurando il Carroccio che anche se con uno slittamento di qualche giorno, il provvedimento andrà in porto a breve, come richiesto da Calderoli e soprattutto da Salvini. Per placare gli animi, Fontana fa sapere infatti che ci sarà un raddoppio dei tempi previsti per la discussione sulle linee generali del ddl, per un tempo complessivo pari a oltre nove ore. Perciò la discussione prevista solo per lunedì potrebbe proseguire anche il giorno successivo. «Quanto sta accadendo in commissione Affari costituzionali della Camera conferma che la maggioranza è sotto schiaffo della Lega», tuona la segretaria del Pd Elly Schlein. «Non è accettabile che ogni volta che vanno sotto su un emendamento ripetano la votazione. Non c’è rispetto del Parlamento. Stanno imponendo una vera e propria dittatura della maggioranza».

Questo episodio, dice il pentastellato Alfonso Colucci, segna una frattura profonda nei rapporti tra maggioranza e opposizione» e l’ “Aventino” delle opposizioni non è stato, spiega, «un gesto simbolico» ma «un atto di dissenso profondo» per denunciare «procedure scorrette. Lanciamo un allarme istituzionale e un appello alla riflessione». Insomma, la frattura è profonda e il dialogo sulle riforme sembra sempre più lontano.

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