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CHIESA AMBROSIANA
L'abbraccio al cardinale Martini
Camera ardente: migliaia in Duomo
Un applauso commosso, in piazza Duomo, ha accolto l'arrivo del carro funebre che ha portato la salma del cardinale Carlo Maria Martini, morto nel pomeriggio di ieri al collegio Aloisianum di Gallarate (Varese). All'interno della cattedrale è stata allestita la camera ardente. I funerali si svolgeranno in forma solenne, lunedì pomeriggio alle 16.
«Preghiamo Dio: accoglilo nella dimora eterna e fa che riceva dalle mani del suo Signore il premio per le sue fatiche apostoliche», sono le prime parole pronunciate dall'arcivescovo Angelo Scola all'arrivo del feretro. Ad accompagnare la bara che custodisce le spoglie di Martini, i parenti, i collaboratori del periodo in cui era arcivescovo di Milano e, in rappresentanza della Diocesi, il vicario generale monsignor Mario Delpini. 
 
TRA DOLORE E RICONOSCENZA
Un’immagine: il volto del cardinale Carlo Maria Martini, col suo sguardo penetrante, il sorriso lieve, gentile. Una frase, tratta da un testo poetico del sacerdote ambrosiano Angelo Casati: «Hai amato queste strade, hai pianto su questa città. Ci lasci – ed è testamento – la lampada della Parola e il pane del volto». Così il sito Internet della diocesi di Milano ha annunciato la morte del vescovo gesuita e biblista, avvenuta ieri pomeriggio all’Aloisianum di Gallarate (Varese), là dove, giovanissimo, aveva compiuto gli studi di filosofia.

Martini aveva 85 anni. Da lungo tempo era affetto dal morbo di Parkinson e le sue condizioni di salute si erano improvvisamente aggravate, tanto che giovedì sera il suo secondo successore sulla cattedra di Ambrogio, il cardinale arcivescovo Angelo Scola, aveva chiesto ai fedeli della diocesi milanese «e a quanti l’hanno caro speciali preghiere». Giovedì mattina – ha raccontato ai giornalisti padre Cesare Bosatra, superiore dell’Aloisianum – Martini «ha celebrato la sua ultima Messa». Poi «è stato sedato». Si è spento «alle 15,45. Serenamente. Nel sonno». Nelle ultime ore al suo capezzale venivano lette in continuazione le Beatitudini, come lui stesso aveva chiesto.

Le campane della diocesi affidata alla sua cura pastorale dal 1980 al 2002 hanno suonato a morto. Presto gruppi di fedeli hanno raggiunto l’Aloisianum per rendergli un commosso omaggio, nel segno della preghiera e della gratitudine, sui "passi" di quanti – amici e parenti – ancora ieri mattina si recavano al suo capezzale per un ultimo saluto.

La salma verrà accolta oggi alle 12 nel Duomo di Milano dall’arcivescovo Scola, assieme al Consiglio episcopale e al Capitolo della Cattedrale. «Da quel momento – spiega un comunicato della diocesi – sarà possibile renderle omaggio sino ai funerali che verranno celebrati lunedì alle 16» in Duomo, dove avrà sepoltura, com’è stato per altri pastori ambrosiani. Per lunedì il Comune di Milano ha proclamato il lutto cittadino, invitando «a osservare un minuto di silenzio in concomitanza con l’inizio dei funerali». Alle esequie sarà presente anche Monti.

Moltissime le reazioni all’annuncio della morte, le espressioni di cordoglio, memoria, gratitudine: non solo di esponenti e realtà della Chiesa cattolica, ma anche da altre Chiese cristiane, dall’ebraismo, dall’islam, dai "mondi" della politica, della cultura, della società civile. A conferma del respiro assunto dal suo episcopato, dalle parole e dai gesti del suo magistero, dalla sua testimonianza anche dopo il 2002.

Servitore della Parola di Dio. Uomo di fede. Uomo di pace. E del dialogo. Esemplare – sotto questo profilo – la proposta della Comunità ebraica di Milano di dedicare a Martini i Giardini della Guastalla, luogo altamente simbolico del capoluogo lombardo racchiuso tra la Sinagoga Maggiore, il tempio valdese di via Sforza e l’Università Statale. Come ad additare tre «traiettorie» dell’incontro – con l’ebraismo, con le altre confessioni cristiane, con la cultura laica, inclusi i non credenti.

Illuminanti, della sua personalità, non solo gli anni di episcopato milanese, ma anche quelli di Gerusalemme. E di Gallarate. Gli anni nell’amatissima Terra Santa. E quelli della malattia e della sofferenza, estrema «cattedra» per il cardinale biblista, luogo di esperienza e di testimonianza umana e cristiana, com’era stato per Giovanni Paolo II, il Papa che l’aveva voluto vescovo. «La malattia si è evoluta nel modo più naturale possibile» e «non vi è stato alcun accanimento terapeutico», ha detto Gianni Pezzoli, direttore dell’unità di neurologia del Centro Parkinson degli Istituti clinici di perfezionamento di Milano, ripercorrendo i 17 anni di Martini da malato di Parkinson, fino alle ultime ore. Il cardinale è stato «sempre molto scrupoloso nell’assumere farmaci e non ha mai detto "questo non lo voglio"»; «seguiva una terapia molto complessa ma non era attaccato ad alcuna macchina». La sua posizione sull’accanimento terapeutico «era nota». Era di contrarietà. Era quella della morale cattolica. Ed è stata rispettata.

 

Lorenzo Rosoli 

 
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