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Cacciapaglia: Francigena a passo di musica
Andrea Pedrinelli
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«La musica è nutrimento, non soltanto evasione. Francigena Melody Road 2015 vuole sottolineare questo e spingere a scegliere l’arte musicale per percorrere insieme, artisti e spettatori, un cammino». Roberto Cacciapaglia, pianista e compositore di fama mondiale (è atteso a breve in Turchia e Russia, dove è una superstar persino in radio), presenta così i capisaldi della propria direzione artistica del Festival Europeo Francigena Melody Road, programmato dal 21 febbraio al 31 marzo sui sentieri della Via Francigena in Toscana. Ovvero tra Santa Croce, Massa, Certaldo, San Gimignano, Camaiore, Montalcino, Castelfranco di Sotto, Monteriggioni, San Miniato, Siena, Castelfiorentino, Lucca e Pontremoli: con anche incontri per le scuole e, soprattutto, concerti originali pensati sulle tematiche che la Via evoca, dal pellegrinaggio all’accoglienza, dall’incontro al silenzio. Cacciapaglia aprirà e chiuderà il cartellone, il 21 febbraio a Montalcino con la sua prima esibizione in trio piano-violoncello-soprano, e il 31 marzo a Lucca con l’Orchestra giovanile Boccherini e la prima mondiale della suite Cammino stellare, appositamente pensata per il Festival.

Come è nato questo suo nuovo impegno artistico?
«L’anno scorso Paolo Tognocchi, ideatore e fondatore del Festival, mi invitò a suonarvi. Io scoprii luoghi magnifici e una grande serietà organizzativa, lui credo abbia visto in me lo stesso suo ideale di far corrispondere musica e spiritualità, considerando le sette note un mezzo e mai un fine. Di lì la proposta, che ho accettato. Del resto sono partito dalla musica sacra, come compositore, e tuttora considero la sacralità elemento principale del far musica».

Ma resiste, la spiritualità, nel mondo musicale?
«Ritengo di sì. Penso anzi che certe riflessioni tipiche di chi è pellegrino, come il senso della solitudine, l’essenza dell’uomo, il valore della contemplazione, siano proprie di una musica che sia veramente tale. La musica è uno specchio per imparare e impararsi, come il viaggio del credere. E come questo è un percorso. Tant’è che gli artisti che ho invitato, a prescindere dal genere da loro scelto, vanno tutti in profondità su questi temi. E tutti vedono la musica come approfondimento, cammino, strumento per andare oltre l’essere umano».

Quindi Uto Ughi, Roberto Vecchioni, Danilo Rea, Cecilia Chailly, Rita Marcotulli, Arturo Stalteri, Vladimir Aškenazi non sono state opportunità di mercato, bensì scelte artistiche ben precise…
«È chiaro che volevo ripagare Tognocchi con un cast di eccellenze, ma ogni artista cui mi sono rivolto condivide la stessa mia attitudine per la musica, ovvero le cose di cui parlavamo sopra. E riunirli appartiene a un gusto, molto mio, dello sconfinare: del provare a cercarsi tra più mondi della musica».

Cosa significa per Roberto Cacciapaglia viaggiare?
«Conta il cammino, come dicono tanti. Ma pesa anche la direzione del cammino. Oggi mi pare sia sempre più chiaro che vi sono due direzioni del vivere eticamente opposte. E siamo sempre più costretti, com’è giusto, a dichiarare quale scegliamo, verso quale orizzonte vogliamo viaggiare. Come musicista viaggio verso lo stupore, la conferma di una dimensione altra e alta, in una musica sempre più essenziale. Perché per parlare dell’uomo e della spiritualità non servono le mode musicali».

Con che obiettivo il Festival va nelle scuole?
«Per coniugare didattica e gioco. Incontri seri nel senso di seriosi non porterebbero a nulla: i ragazzi devono essere coinvolti, per tornare a scegliere la musica e non a subirla. Oggi la musica è ovunque, non è più atto volontario: così perde valore lei ma pure il silenzio, che non è una faccenda da poco».

Si è sentito ingabbiato, quando il Festival ha voluto da lei un’opera scritta apposta?
«No, ricevere una commissione permette di cambiare strada, cercarsi ulteriormente. Anche questo l’avevo sperimentato componendo sui Salmi o Geremia. Al Festival proporrò in febbraio un trio inedito per un repertorio di sapore sacro, e a marzo proprio questa composizione inedita, per piano e orchestra, che ho voluto far partire da una meditazione sulle stelle: che illuminando il viandante e mostrano l’oltre».

Un’ultima cosa: la sua Educational Music Academy che soddisfazioni le dà? Vale la pena insegnare?
«Di giovani si parla tanto, poi non gli si danno appigli concreti. La mia scuola vuole servire a perfezionarsi, ma soprattutto fornire supporto produttivo. La più grande gioia è che uno dei tanti allievi venuti da me ora ha un contratto per incidere proprie musiche con la propria interpretazione».
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