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Al Senato
Unioni civili, Renzi: sì alle adozioni no all'utero in affitto
Angelo Picariello
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Al Senato inizia la conta sulle unioni civili. Matteo Renzi tenta di ricompattare il Pd, lasciando libertà però sui temi controversi, legati all’adozione. «La stragrande maggioranza degli italiani - pare di capire anche in Parlamento - vuole un istituto che legittimi le unioni civili. È un passo in avanti», dice il premier nella sua newsletter.

Ma condanna «con forza» l’utero in affitto, un «mercimonio» per la donna da «comprare o vendere considerando la maternità o la paternità un diritto da soddisfare pagando. In Italia - ricorda - è vietato, ma altrove è consentito». Una «sfida culturale», una «battaglia politica» che «non solo le donne hanno il dovere di fare». Lascia quindi aperti punti «su cui si confronterà il Parlamento». L’obiettivo «non è consentire il via libera alle adozioni, ma la continuità affettiva del  minore». Ma è «giusto» che il Parlamento si pronunci anche su questo, dopo anni di «melina», di una politica «che mette  la testa sotto la sabbia, come lo struzzo».

Ma sulla stepchild evita di metterci la faccia: «Non è il punto principale di questa legge, almeno per me». Come a dire: non crediate, impallinandola, di impallinare me.

Perché in aula, da oggi, il nodo diventa il voto segreto, nel quale alle sincere obiezioni potrebbero assommarsi voglie diffuse di sgambetti al governo. «Convenienze strumentali e opportunistiche» stigmatizzate dal senatore Lucio Romano, di Demos, che boccia il voto segreto.
Ma il primo lo chiede Roberto Calderoli con una proposta di cui è primo firmatario, con Gaetano Quagliariello, sottoscritta da altri 73 senatori del centrodestra (alcuni anche di Ncd) volta a non passare affatto all’esame articolo per articolo, facendo leva sul rilievo costituzionale dei temi in discussione. L’obiettivo sarebbe andare a una pausa di riflessione per andare in commissione con una nuova proposta. Toccherà al presidente Pietro Grasso valutare l’ammissibilità del voto segreto, ma in ogni caso - palese o segreta - la prima conta dovrebbe esserci oggi proprio su questa proposta. Con Ap che, dopo la risposta "picche" alla proposta di mediazione sullo stralcio delle adozioni, ora con Renato Schifani si adegua al muro contro muro.

Oggi nuova assemblea del gruppo Pd, convocato per le 13, per superare le obiezioni ancor molto diffuse, nel partito. Si allinea Anna Finocchiaro sul voto. Ma propone con una mozione che impegni il governo a una «messa al bando a livello internazionale dell’utero in affitto», rendendolo «reato universale». Per le unioni gay come per le coppie eterosessuali. Ma in aula Manuela Orrù, dei cattodem, mette in fila tutte le obiezioni che rendono inaccettabile la stepchild, espressione - a suo dire - di quel «diritto» alla paternità/maternità, che ora anche Renzi boccia.

E le senatrici dem Di Giorgi, Favero, Saggese, Fattorini sfidano i colleghi del Pd: «Chi è contro l’utero in affitto non voti la stepchild», dicono. Ma non ci sarà bisogno di arrivare all’articolo 5, relativo all’adozione del figlio del partner. Sono in molti convinti - nello stesso Pd - che la discussione decisiva ci sarà già sul quarto comma dell’articolo 3. Che non escludendo le unioni civili dalle adozione "speciali" (decise dal giudice minorile) introdurrebbe già, di fatto, la stepchild. Senza bisogno di arrivare a all’articolo 5 per sancirla espressamente.
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