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ESPLODE IL PDL
Berlusconi lancia Forza Italia
E Alfano il Nuovo Centrodestra
 
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Il Consiglio nazionale del Pdl, riunitosi al Palazzo dei Congressi dell'Eur a Roma, ha deciso all'unanimità il ritorno a Forza Italia. Il Consiglio ha approvato un documento in cui si respinge come inaccettabile la richiesta di estromissione di Berlusconi dal Parlamento, si dichiara chiusa l'attività del Pdl per convergere su Fi e si conferisce a Berlusconi la responsabilità della guida del movimento. Assenti gli scissionisti filogovernativi. Per le 17.30 è annunciata una conferenza stampa di Alfano.

Silvio Berlusconi, apparso stanco e sottotono, ha parlato un'ora e quaranta: ha preso atto della scissione delle "colombe" guidate dal segretario Angelino Alfano e ha rivendicato i meriti dei suoi governi passati, accusando per i fallimenti gli ex alleati e i colleghi europei.

"Cos'è successo? - ha detto il leader riferendosi alla scissione consumatasi ieri - Ci sono state non delle differenze su programmi e valori, ma delle distanze tra singole persone, si è creata un'atmosfera grigia e si sono rincorse le agenzie". Il Cavaliere ha ricordato di aver posto agli alfaniani la questione di "come si fa a stare al tavolo dello stesso governo con chi vuole l'uccisione del vostro leader". Con il gruppo di Alfano, il Nuovo centrodestra - ha però chiarito -"non dobbiamo scavare un solco che poi sarà difficile da rimuovere. Questo gruppo, anche se adesso apparirà come un sostegno alla sinistra, al Pd, dovrà poi necessariamente far parte della coalizione dei moderati, dobbiamo comportarci con loro come con Lega e Fdi".

Il Cavaliere ha fatto capire che la nuova Forza Italia, dopo il voto sulla sua decadenza da senatore, toglierà l'appoggio al governo. Ma ha subito aggiunto che il suo movimento non ha i numeri per farlo cadere: "Dopo la decisione di 23 nostri senatori il 2 ottobre non eravamo e non siamo più in grado di far cadere il governo. Anche perché sono venuti fuori 20 nomi di componenti del Movimento 5 stelle che hanno garantito il sostegno al governo. Noi al massimo ci saremmo messi fuori".

"Se dovesse esserci un governo Pd-M5S - ha poi aggiunto - molti di noi sarebbero costretti a espatriare". Parlando delle politiche europee e della necessità di cambiare i poteri della Bce, ha detto anche: "Non vedo dei ministri che trattino queste pratiche con coraggio e statura necessaria per farsi ascoltare in Europa, questa è la situazione".

Immancabili gli attacchi alla magistratura e al comunismo. "Abbiamo una magistratura incontrollabile e incontrollata. Anche se sbaglia è impunibile". E sarebbe proprio questa magistratura a "voler portare al governo la sinistra".

Esplosione nel Pdl. Alfano annuncia la scissione
Angelino Alfano alla fine varca il suo personale Rubicone. E dà vita - con una scissione della sua componente - al nuovo soggetto filogovernativo del centrodestra. «Mi trovo qui per compiere una scelta che non avrei mai pensato di compiere. Non aderire a Forza Italia». Così alla vigilia dell’ultimo Consiglio nazionale del Pdl, il vicepremier annuncia la nascita di gruppi autonomi che si chiameranno "Nuovo centrodestra". Lo fa nel corso di una riunione dei "governativi" che in giornata era stata aggiornata più volte per consentire l’incontro con Silvio Berlusconi, al quale Alfano continua a garantire «amicizia e sostegno» (oltre che appoggio dai banchi del governo sui temi di giustizia e tasse), mentre il passo è dovuto al prevalere di «forze estreme» dentro il movimento. «Questa non è la Forza Italia che abbiamo conosciuto nel ’94», insiste. Dice, poi, di averle provate tutte per evitare lo strappo e invoca la buona coscienza: «Saremo attaccati, ma non avremo paura, combatteremo per affermare le nostre idee».
Reagisce il leder dei lealisti Raffaele Fitto, che definisce quello di Alfano un «atto gravissimo contro la sua stessa storia e contro Silvio Berlusconi, i nostri programmi e i nostri elettori. Il vero popolo di centrodestra giudicherà». Più o meno il ragionamento che il leader è andato ripetendo negli ultimi tempi: «Alle europee di primavera saranno spazzati via. Gli elettori puniranno chi è complice del mio omicidio politico».

Il vertice è stato l’estremo tentativo di mediazione con i "dissidenti". Ma alla fine scissione è stata, al termine di una giornata in cui si è passati dal gelo alla speranza e poi di nuovo al gelo in una manciata di ore. Quando su pressione dei lealisti è naufragata la richiesta degli alfaniani di convocare un ufficio di presidenza, per modificare la posizione sull’attacco al governo in caso di decadenza (e di avere un nuovo organigramma in Forza Italia), lo spettro scissione ha cominciato a prendere carne ed ossa. A cose fatte, il primo effetto sono state le dimissioni del capogruppo al Senato Renato Schifani.

Lo strappo dell’ex Delfino è arrivato al termine di una giornata in cui il Cavaliere lo aveva incontrato Palazzo Grazioli. Ma "l’uomo che non aveva il quid" non aveva fatto in tempo a varcare il portone con Maurizio Lupi (all’incontro si sono poi aggiunti gli altri ministri) che già usciva una lettera del leader in cui si leggeva: «Chi non si riconosce più nei valori del nostro movimento è libero di andarsene». Un passaggio drastico, dal sapore di un aut aut. Il documento conteneva appelli all’unità e aperture al dibattito chiesto dagli alfaniani - a testimonianza dello stato d’animo del Cavaliere che certamente voleva evitare un "ritorno al futuro" così traumatico. «Dal palco ripeterò ancora una volta le ragioni per cui è indispensabile restare uniti e lottare insieme, noi moderati per unire i moderati». Il Cavaliere ha cercato di dare rassicurazioni per quanto riguarda il nuovo soggetto, definito la «casa di tutti». Con una promessa: «Se diventasse qualcosa di piccolo e meschino, preda di un’oligarchia, se rischiasse una deriva estremista, sarei io che l’ho fondata a non riconoscermi più in questo progetto». Forza Italia, ripete il mantra del 1994, «è la casa di chi crede nella grande forza dei moderati», di chi «antepone l’amore all’odio» di chi non guarda «all’egoismo e ai piccoli, talvolta meschini, interessi personali».
Un altro passaggio è dedicato all’ormai inutile "guerra delle firme" sui documenti a sostegno delle due posizioni in contrasto: 650 in calce a quello sostenuto dai lealisti, 300 per l’esecutivo Letta. «Le uniche firme che mi interessano sono quelle di milioni di donne e di uomini che hanno creduto e credono in noi. E che nelle urne ci hanno concesso fiducia», sottolinea il Cav.

Angelino Alfano, Maurizio Lupi, Gaetano Quagliariello, Beatrice Lorenzin e Nunzia Di Girolamo restano per oltre tre ore a consulto. Nel frattempo si rincorrono voci sulla possibile convocazione di un ufficio di presidenza che rimetta mano al documento della precedente riunione di ottobre, cercando di ritoccare l’automatismo tra decadenza e guerra all’esecutivo. E arrivare così a un documento unitario. Non solo, l’ipotesi è anche che si inserisca nello statuto di Forza Italia la figura di due coordinatori con potere di firma, uno dei quali sarebbe Alfano. Poi, però, tutto naufraga. Usciti in silenzio i ministri, è il momento proprio dei "lealisti" di parlare con il capo. È l’ultimo pressing, «niente ufficio di presidenza». Il leader si arrende. (Gianni Santamaria)
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