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La guerra infinita
Siria, i turchi fanno «pulizia»
Nello Scavo, inviato a Jisr Al Shughur (Siria)
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​Carri armati turchi a Kills sparano verso la Siria

Negli sparuti villaggi turchi a nord della provincia siriana di Latakia ci sono più poliziotti che residenti. E a questi ultimi da alcuni mesi si sono aggiunti stranieri a cui nessuno fa più domande. Sono ribelli anti-Assad, rimasti feriti in battaglia e curati clandestinamente in alcune abitazioni che puzzano di sudore e sangue rappreso. Da alcuni giorni le «licenze per convalescenza» sono sospese. Il nemico di adesso, curdi da una parte e governativi dall’altra, è alle porte.

Stop dunque alle gite per guardare le belle ragazze senza velo nei vicini centri commerciali di Antiochia. Una mano fasciata, un piede ustionato, la testa cucita. Non c’è tempo per aspettare che le ferite guariscano o per concedere spazi ai ripensamenti. I disertori sono nemici almeno quanto il cecchino che ti prende alle spalle. Quello che conta è poter premere il grilletto o anche solo stare appollaiati di guardia dietro a una roccia.

«Anche zoppi serviamo a qualcosa», scandisce in francese Abdullah. Neanche per lui c’è stato tempo per cambiare le fasciature alla coscia destra. «Mi ha preso di striscio, ma i miei compagni hanno detto di averlo sistemato». Voci e leggende di soldati uccisi, di battaglie vinte, di città conquistate. Non si fanno prigionieri. I comandanti devono tenere su il morale di ragazzi stanchi che sparano ai caccia di Mosca e agli elicotteri di Assad sprecando inutilmente munizioni. È come lanciare sassi contro una fortezza. «Almeno gli facciamo sapere che non ce ne siamo andati. Che siamo ancora qui. Che la Siria non è la Cecenia e noi non cadremo». 

In piena notte, una colonna di fuoristrada e mezzi blindati varca il posto di confine turco di Kilis, direzione Azaz, in Siria. Mezzo migliaio di uomini, secondo il governo di Ankara, che si è affrettato ad assicurare che trattasi di «ribelli » lasciati passare dalla gendarmeria per «respingere» i curdi dell’Ypg, i quali da settimane danno filo da torcere sia al Daesh che ai governativi siriani. Ma adesso devono vedersela con le forze di Ankara. 

«Ribelli», dunque, che con marziale tempismo, a poche ore dalla strage dei militari, decidono di tornare al fronte per dare una lezione ai curdi. «Ribelli» che chissà cosa aspettavano per tirare fuori la santabarbara che si trascinano appresso. Fonti accreditate parlano in realtà di combattenti anti Assad a cui si sono aggiunte unità delle forze speciali turche, attivate subito dopo la strage dei militari. Già da sabato l’artiglieria turca fornisce fuoco di copertura colpendo le postazioni curde. Le milizie dell’Ypg hanno approfittato dell’offensiva di Damasco nella provincia di Aleppo per avanzare fino ad Azaz, allo scopo di creare un’area «liberata» dai ribelli e dal Califfato nero, ma a maggioranza curda.
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Un miliziano curdo dell'Ypg ferito: la foto di Mauricio Lima è tra le premiate al World Press Photo Award

Un rischio che Erdogan non vuole permettersi, perciò prima dal proprio confine e ora sul suolo siriano sta bersagliando le loro posizioni, scatenando le proteste internazionali. Non è un caso che la «fascia di sicurezza» di 10 chilometri invocata dal governo di Ankara ricada proprio nel perimetro presidiato dai curdi. Abdullah si tiene aggiornato via Internet, agganciandosi al segnale che arriva dal territorio turco. Avrà trent’anni, non dice da dove viene né che vita faceva prima. Parla arabo e francese ed è meglio non fargli troppe domande. È di guardia sul costone che discende verso Latakia, a un paio di tornanti dall’autostrada A1, quella che conduce ad Aleppo ma è disseminata di trappole. L’aranceto non ha un solo frutto, neanche marcio. Li hanno colti i profughi in fuga e i miliziani di passaggio. Intorno non c’è anima viva, e da queste parti non è solo un modo di dire. Le poche case di campagna, quelle che una volta erano decorate con maioliche smaltate a mano, con i cortili che profumavano di limoni e gelsomini, sono disabitate e mezze diroccate. Perfino avvicinarsi è pericoloso. Non perché qualcuno possa essersi asserragliato dietro a una finestra, Abdullah se ne sarebbe accorto. Ma perché i bombardamenti delle settimane scorse hanno lasciato in giro le cluster-bomb inesplose, i micidiali ordigni a grappolo scaricati dai bombardieri russi che stanno spianando la strada alle guarnigioni assadiste.

Bombe che anche quando fanno cilecca diventano devastanti mine antiuomo. Abdullah, che indossa vecchie scarpe da ginnastica e jeans che hanno visto tempi migliori, ci aspettava appena dopo la dogana controllata solo dai turchi, che non vogliono neanche vedere i documenti. «O siete pazzi o siete dei nostri», dice il gendarme. Il check point è solo una formalità. Chiunque vada di là con cattive intenzioni, per Erdogan è il benvenuto. Non sempre le brigate qaediste federate nel fronte al-Nusra distinguono tra spie e giornalisti. Ma Abdullah, che nella bisaccia porta due tablet e un paio di rivoltelle, ha fatto le sue verifiche incrociando articoli online e profili sui social network. Tutto coincide, e per qualche ora può raccontare una verità parziale come tutte le verità di chi è in battaglia. 

L’anticipo di primavera, con il sole che già incendia le canne dei kalashnikov e le parole d’odio dei leader coinvolti, non concede altro tempo nella guerra del tutti contro tutti, la peggiore possibile. Un rompicapo: i russi contro il Daesh; i ribelli qaedisti contro Assad; il Califfato contro Assad ma anche contro curdi e qaedisti; i turchi contro la coalizione assadista; gli impavidi curdi che a Kobane – con armi fornite da Europa e Usa – hanno scalzato gli uomini del Califfo, qui in Siria sostengono il dittatore guerreggiando contro Daesh e gli anti-Assad; a sud gli Hezobollah libanesi, armati dall’Iran, cannoneggiano gli avversari del raìs. Un risiko mediorientale che sfianca anche i mediatori più scaltri e che non sembra avere vie d’uscita, se non una Siria cannibalizzata dai guerrafondai.
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