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Gumpel: Pio XII voleva un Concilio
 Filippo Rizzi
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Nel suo studio a Roma, all’interno della Curia generale dei gesuiti a Borgo Santo Spirito, padre Peter Gumpel riceve assiduamente richieste di immaginette del «suo» papa Pio XII, o di interviste che mettano in evidenza la cifra di umanità, zelo apostolico e santità di Eugenio Pacelli; soprattutto si dice convinto che presto o tardi quel Papa sarà elevato agli onori degli altari. Proprio oggi questo austero e gentile gesuita tedesco, famoso per essere stato il relatore della causa di beatificazione di Pio XII (nominato da Giovanni Paolo II nel lontano 1983), compie 90 anni: un traguardo che ai suoi occhi non ha certo il sapore del bilancio «su quanto si potrà ancora scrivere o dire attorno a Pio XII»...

Dal 1965 padre Gumpel – assieme al confratello l’italiano Paolo Molinari, postulatore della causa di beatificazione – ha seguito passo dopo passo la documentazione attinente al lungo pontificato di Pio XII, scandagliando ogni aspetto di questa complessa figura (di cui Benedetto XVI nel 2009 ha firmato il decreto sull’eroicità delle virtù): «Ho avuto lo stesso privilegio dei miei confratelli Burkhart Schneider, Robert Graham, Pierre Blet e Angelo Martini, autori dei famosi 12 volumi di Actes et documents du Saint Siège relatifs à la Seconde Guerre Mondiale – confida l’anziano gesuita –, di poter accedere a tutti i documenti dell’Archivio segreto vaticano. Mi sono spesso chiesto: ora che gli archivi vaticani sono aperti fino al 10 febbraio 1939, perché soltanto pochissimi studiosi vanno a consultare queste carte? Si scoprirebbe un Pacelli nunzio in Baviera e segretario di Stato sotto Pio XI molto diverso da quello raffigurato da Rolf Hochhuth nel suo dramma Il Vicario... Così come si troverebbero tanti inediti in difesa di Pio XII nelle cancellerie di molti Paesi. Mi sono spesso chiesto perché questi documenti non vengono studiati».

A molti anni di distanza dalla morte di Pio XII si parla ancora del «silenzio» di Pacelli di fronte alla Shoah. Un Pontefice che sembra ancora dividere l’opinione pubblica ma soprattutto il mondo ebraico…
«La situazione è più complessa di come viene raccontata dai media. So, perché mi è stato confermato da molti di loro, che la maggioranza degli ebrei ortodossi e praticanti non è contro la beatificazione di papa Pacelli; penso in particolare ai canadesi e agli americani. Oggi le critiche vengono soprattutto da persone che non hanno vissuto quegli anni e si sono costruiti un’idea molto personale sul pontificato di Pio XII. Io ho conosciuto il nazismo e ho potuto sperimentare in prima persona l’efferatezza di quel regime: mia madre fu imprigionata e mio nonno fu ucciso dai nazisti. Se non ci fosse stata la famosa prudenza di Pacelli, non si sarebbero salvate tante vite umane, ebrei in particolare: si parla di più di centomila persone. Basti pensare cosa avvenne dopo la protesta dei vescovi olandesi per le persecuzioni antisemite: ben 40mila ebrei furono uccisi. A sostenere questa tesi non sono stato io o padre Blet, ma due storici ebrei praticanti come il biografo di Winston Churchill, sir Martin Gilbert, e Robert Kempner, uno dei più importanti rappresentanti della pubblica accusa contro i nazisti al processo di Norimberga. Questi eminenti studiosi affermano, ed è certamente vero, che una condanna pubblica sarebbe stata controproducente. E non dimentichiamo che Pio XII interveniva solitamente dove la sua azione poteva dare frutti reali e ha utilizzato la sua fortuna personale proprio per soccorrere gli ebrei perseguitati dal nazismo e nascosti nei conventi».

Lei ha messo in luce nei suoi studi il Pio XII vescovo di Roma che soccorse tanti ebrei perseguitati e sfollati della capitale…
«Mi tornano spesso in mente le "missioni ufficiose" tra il 1943 e il 1944 assegnate alla fidata suor Pascalina Lehnert. Si pensi a quanto Pacelli fece prima della deportazione degli ebrei di Roma, il 16 ottobre 1943. O al fatto che Pio XII si dichiarò disposto a recuperare dell’oro da consegnare all’allora rabbino capo di Roma Israel Zolli. O la protesta informale che fece all’ambasciatore tedesco Ernest von Weizeker per la deportazione degli ebrei nel 1943: una testimonianza da me raccolta dalla viva voce della principessa Enza Pignatelli d’Aragona. O ancora: nel 2009 è stato rinvenuta una nota del novembre 1943 in cui Pacelli "chiedeva e ordinava" alle monache agostiniane dei Quattro Coronati a Roma di dare ospitalità agli ebrei perseguitati. Tanti esempi della carità nascosta e silenziosa ma efficace del Pastor Angelicus, di cui mai si parla».

Un pontefice che lei ha potuto anche conoscere di persona…
<+tondo>«Ho avuto il privilegio di conoscerlo, quando ero un giovane docente al Germanico di Roma. Ogni incontro mi permetteva di sperimentare l’affabilità e la capacità di ascolto del pontefice. La vulgata ci racconta di un Pio XII algido e ieratico; era invece un uomo che ti metteva a tuo agio e – quando pronunciava un discorso – voleva sempre essere sicuro che le fonti bibliografiche da lui utilizzate fossero attendibili: era in questo molto scrupoloso. Amava ringraziare di persona per i libri che gli avevo potuto procurare. Più di una volta ho cercato di inginocchiarmi a ogni udienza privata, come si usava allora, e lui tutte le volte me lo ha impedito: gli bastava un normale saluto. Come mi colpiva che ogni volta, terminato il colloquio, mi volesse accompagnare fino alla porta del suo studio in Vaticano. Era un uomo che vedeva tutto alla luce della fede e dell’eternità».

Lei ha spesso sostenuto che Pio XII è stato un precursore del Vaticano II. Ci può spiegare perché?
«Aveva fatto commissionare degli studi, fra il 1949 e il 1952, sull’ipotesi di riprendere ciò che rimaneva incompiuto del Vaticano I. Avendo poi superato la soglia dei 75 anni e quando era subentrata la malattia nel 1954, non si sentiva più in grado di guidare un evento così importante. A differenza del suo successore Giovanni XXIII, il quale era convinto che in 6 o 7 settimane si sarebbe fatto un Concilio, Pacelli riteneva che ci sarebbero voluti anni. Se si guarda, ancora oggi, al corpus della sua produzione dottrinale, ci si accorge come sia intervenuto su questioni all’epoca attualissime che riguardavano il campo morale, liturgico, degli studi biblici e della vita dell’uomo».

Una delle sue più intime speranze è di vedere un giorno Pio XII annoverato tra i santi… Un auspicio che potrebbe diventare realtà.
«So che presto o tardi questo avverrà, magari fra vent’anni o ancor di più. Io sono un teologo e uno storico, ma so che a un certo punto Dio interviene anche in queste faccende. Sono però convinto di una cosa, e cioè che Pio XII meriti la santificazione non meno di altri pontefici tra i canonizzati. C’è su di lui un grande ripensamento soprattutto in America del Nord. Ricevo lettere in cui molte persone scrivono: "Ci hanno ingannato" e "Dov’è a questo punto la verità?". Soprattutto si riscopre attorno a questa figura, apparentemente così "lontana", un culto, una venerazione; c’è ancora un interesse vivo. Per tutto questo sono fermamente convinto, e non ha nessuna importanza se sarò ancora vivo, che un giorno Pio XII sarà elevato agli onori degli altari e dichiarato santo».
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