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La voce dei giorni / 1
La felicità è troppo poco
Luigino Bruni
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​Agnolo Bronzino. Allegoria della felicità, 1564, Galleria degli Uffizi
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«Un giorno ti dirò, che ho rinunciato alla mia felicità, per te». Le prime parole della canzone degli Stadio, vincitrice dell’ultimo Festival di Sanremo, è una buona occasione per riflettere sulla felicità nostra e su quella degli altri. La nostra civiltà ha messo la ricerca della felicità individuale al centro del proprio umanesimo, relegando sempre più sullo sfondo altri valori e la felicità degli altri – a meno che non siano un mezzo per aumentare la nostra felicità. E così non abbiamo più le categorie per poter comprendere le scelte (che ancora esistono) di chi rinuncia, consapevolmente, alla propria felicità per quella di un’altra persona. Abbiamo immaginato e costruito un’etica, che sta diventando l’unica disponibile sulla piazza, che non ha più gli strumenti per comprendere decisioni e stili di vita nei quali la nostra felicità non è l’obiettivo più importante da raggiungere.
La felicità ha una storia molto lunga. L’umanesimo cristiano, innovando molto rispetto alla cultura greca e romana, fin dall’inizio ha proposto una visione della "felicità limitata", dove la ricerca della nostra felicità non era considerata il fine ultimo della vita, perché veniva subordinata ad altri valori, quali la felicità della comunità, della famiglia, o il paradiso. Per secoli abbiamo pensato che la sola felicità degna di essere raggiunta fosse quella degli altri e quella di tutti.

La pietra angolare dell’educazione della generazione dei nostri genitori consisteva nel mettere la felicità dei figli prima della loro. Sono numerose come i granelli della sabbia del mare le donne che hanno rinunciato, a volte liberamente, alla propria felicità per consentire ai loro figli di essere felici, o almeno più felici di loro. I sacrifici e i risparmi dei genitori erano in vista della felicità dei figli e dei nipoti - un mondo senza figli e la loro felicità non capisce più il risparmio, che diventa così investimento o speculazione.

È stata questa "dinamica intertemporale della felicità" che ha legato e affratellato le generazioni tra di loro, che ha fatto partire gli emigranti per mandare a casa la maggior parte del loro salario amaro, e che spesso li ha fatti ritornare. Il "tasso d’interesse" della felicità nostra e di oggi era negativo, perché pesavano più la felicità di domani e quella dei nostri bambini.
Nell’età moderna questa antica e radicata idea di felicità è entrata profondamente in crisi, e al suo posto si è fatta strada l’idea, che era tipica del mondo pre-cristiano, che la nostra felicità sia il bene ultimo e assoluto, il fine rispetto al quale qualsiasi altro obiettivo diventa ancillare e subordinato. E così, in America "la ricerca della felicità" (1776) veniva proclamato diritto individuale inalienabile, e posto accanto alla vita e alla libertà a formare i tre pilastri della civiltà dei moderni. Il mondo latino e cattolico, invece, più legato alle sue radici medievali, ha continuato a considerare la felicità individuale una parola insufficiente per fondarci la società.

Al posto della ricerca della felicità individuale ha messo la "pubblica felicità", e la Costituzione italiana ha voluto il lavoro come sua prima parola, che rimandava a valori diversi dalla felicità: fatica, dovere, impegno.
L’economia contemporanea, con la sua matrice culturale anglosassone, si è sposata perfettamente con l’ideale della felicità individuale. Per la logica economica, ogni scelta, anche la più generosa, viene compresa come una massimizzazione del proprio benessere soggettivo. I gusti e le preferenze delle persone nei riguardi della felicità sono molte e diverse, e così ognuno la ricerca e massimizza a modo suo; ma è logicamente impossibile immaginare che qualcuno scelga qualcosa che non aumenti la propria felicità. Anche l’altruista puro non è altro che qualcuno che cerca la propria felicità che raggiunge tramite i suoi comportamenti altruistici. Una madre può decidere di fare scelte per la felicità di una figlia, ma, se le fa liberamente, è la sua scelta che ci rivela che starebbe peggio se facesse una scelta diversa da quella che sta facendo. Per l’economia, il mondo è abitato soltanto da persone che vogliono soddisfare al massimo la propria felicità, e coloro che ci appaiono infelici in realtà hanno solo una felicità diversa dalla nostra, o non hanno abbastanza risorse per raggiungere la propria felicità, o non sono ben informati per scegliere quel che vogliono veramente.

Da questa prospettiva, che domina l’economia e sempre più la vita, non è quindi possibile scegliere di ridurre volontariamente la nostra felicità. Solo gli stupidi, si pensa, decidono intenzionalmente di ridurre il proprio benessere.

Questa descrizione delle scelte umane riesce a spiegare molte cose, ma è inutile o fuorviante quando dobbiamo spiegare quelle poche, ma decisive scelte dalle quali dipende quasi tutta la qualità morale e spirituale della nostra vita. Quando Abramo decise di incamminarsi con Isacco verso il Monte Moria non pensava certo alla propria felicità. Forse pensava soltanto alla felicità di suo figlio, ma certamente stava seguendo una voce, dolorosissima, che lo chiamava. E, come lui, tanti continuano a salire i Monti Moria della loro vita. I momenti, gli atti e le scelte nel corso della nostra esistenza non sono tutti uguali.

Ce ne sono molti, moltissimi, quasi tutti, dove la semantica della logica economica della ricerca della felicità riesce a spiegare molto, quasi tutto. Ma ci sono altri atti e altre scelte dove la ricerca della nostra felicità ci spiega poco o niente. Per capire che cosa succede in tali momenti, dobbiamo invece pensare che siamo chiamati a scegliere tra valori o principi diversi e in contrasto tra di loro. Ci sono molte cose buone nella nostra vita che non sono misurate sull’asse della nostra felicità, e alcune neanche sull’asse della felicità degli altri. Le scelte più importanti sono quasi sempre scelte tragiche: non scegliamo tra un bene e un male, ma tra due o più beni. E ci sono anche decisioni nelle quali usciamo dal registro del calcolo. E altri momenti dove non riusciamo neanche a scegliere, ma, forse, pronunciare docili soltanto un "sì". La terra è abitata da molte donne e uomini che in certi momenti decisivi non cercano la propria felicità.
Anche se Aristotele ci ha insegnato che la felicità (eudaimonia) è il fine ultimo, il sommo bene, nella vita i fini ultimi e i sommi beni sono più di uno, e possono entrare in conflitto tra di loro. Molte delle cose grandi e degne della vita si collocano all’incrocio di questi molti beni, ed è lì dove si fanno le scelte decisive. Felicità, verità, giustizia, fedeltà, sono tutti beni primari, originari, che non possono essere ricondotti a uno solo, fosse anche la felicità. Possiamo avere una chiara idea di quale è la scelta che ci farà più felici, possiamo includere in quella felicità quasi tutte le cose belle vita, anche quelle più alte, ma nonostante ciò possiamo decidere liberamente di non scegliere la nostra felicità se ci sono altri valori in gioco che ci chiamano. E magari alla fine scoprire una parola nuova: la gioia, che a differenza della felicità non può essere cercata, ma solo accolta come dono.

Chi ha lasciato il proprio segno buono sulla terra, non ha vissuto la vita inseguendo la propria felicità. L’ha considerata troppo piccola. L’ha vista, qualche volta, ma non si è fermato a raccoglierla; ha preferito continuare a camminare dietro a una voce. Alla fine della corsa non resterà la felicità che abbiamo accumulato, ma se resterà qualcosa saranno cose molto più vere e serie. Siamo molto più grandi della nostra felicità.

È allora veramente possibile "rinunciare alla mia felicità, per te". Con una sola differenza: queste cose ai figli non vanno mai dette. Non vanno dette a nessuno, forse neanche a noi stessi. Basta averle fatte, qualche volta, almeno una.
l.bruni@lumsa.it
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