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Un «dono» di riconciliazione
Dal 1300 a oggi la storia dei Giubilei
Marco Roncalli
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L’indizione di un Anno Santo straordinario – il Giubileo della misericordia preannunciato ieri da papa Francesco che si aprirà nella prossima solennità dell’Immacolata Concezione (nel 50° anniversario della chiusura del Concilio Vaticano II), e si concluderà il 20 novembre 2016 (domenica di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’universo) – è una notizia che sì sorprende, ma fino a un certo punto. Infatti, se c’è un leit motiv che attraversa ininterrottamente i primi due anni di pontificato di Francesco (che già da vescovo aveva scelto come suo motto Miserando atque eligendo) è proprio quello della misericordia. «Questa parola cambia tutto», aveva detto nel primo Angelus dopo l’elezione.

Non solo. Già l’anno scorso papa Bergoglio aveva fatto capire definitivamente il suo pensiero canonizzando Giovanni XXIII, il Papa che l’11 ottobre 1962 nella Gaudet Mater Ecclesia aveva dichiarato: «La sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece che imbracciare le armi del rigore...». Poi più volte ha richiamato Paolo VI e l’apertura all’ascolto e alla prossimità delineate nell’Ecclesiam Suam, ben convinto – come diceva ai parroci romani giusto un anno fa – che questo «nostro tempo» è «proprio il tempo di misericordia». E ancora all’inizio di quest’anno ribadiva: «Questo è il tempo della misericordia. È importante che i fedeli laici la vivano e la portino nei diversi ambienti sociali!».

Soprattutto, però, papa Francesco non ha mai perso occasione per continuare a indicarci il Gesù mandato dall’Abbà «a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista, a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore» (Luca 4, 18-19). Ecco allora l’inatteso ma logico approdo a un Anno Santo della misericordia nella proposta di un Pontefice che vuole una Chiesa «isola di misericordia», che interpreta questo bisogno diffuso di misericordia nelle comunità cristiane e lo colloca nella cornice di un tempo di riconciliazione, riprendendo l’idea di un Giubileo straordinario – affidato al Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione – nella scia degli «Anni del perdono», della remissione dei peccati e delle pene per i peccati, come pure della solidarietà, della speranza, della penitenza sacramentale.

La storia della Chiesa degli ultimi sette secoli è costellata di Anni Santi: ordinari e straordinari. Quelli ordinari sono legati a scadenze prestabilite ogni venticinque anni (ne sono stati celebrati ventisei, il primo nel 1300 l’ultimo nel 2000). I secondi invece sono stati indetti in occasione di avvenimenti particolari, per ottenere un aiuto divino in momenti difficili della Chiesa o in occasioni solenni, a partire dal XVI secolo.

Celebrati per oltre una novantina di volte nel corso del tempo e di durata variabile, i Giubilei straordinari sono anelli di una catena che arriva al Novecento. Sono Giubilei straordinari – anche se vengono assimilati ai 26 ordinari – l’Anno Santo del 1933 indetto da Pio XI per il XIX centenario della redenzione, e quello del 1983 indetto da Giovanni Paolo II per i 1950 anni della redenzione. Due Anni Santi della redenzione, che hanno avuto valore universale, sono durati un intero anno e sono stati accompagnati dall’apertura delle Porte Sante. Giovanni Paolo II parlò di forti motivazioni che lo avevano spinto a questa proclamazione: fra queste la volontà di sottolineare la centralità del mistero della redenzione come motore della fede e il desiderio di aprire il cammino della Chiesa verso il Terzo Millennio.

Se possiamo ormai sostenere che l’idea del Giubileo cristiano, nelle sue motivazioni di liberazione e nella sua cadenza temporale, abbia profonde radici nelle antiche culture del Vicino Oriente, nella Bibbia, nella storia del popolo ebraico – che nel capitolo XXV del Levitico viene incoraggiato a far suonare il corno (Jobel) ogni quarantanove anni per richiamare (Jobil) la gente di tutto il paese, dichiarando santo il cinquantesimo anno e proclamando la remissione (Jobal) di tutti gli abitanti – è pur vero che il primo Giubileo nasce nel 1300 come risposta di un papa, Bonifacio VIII, alla richiesta del popolo romano di una «pienissima remissione dei peccati» già sulla base di precedenti indulgenze.

Benché del tutto assente nella storia del cristianesimo per più di un millennio, l’istituto giubilare dunque, al suo sorgere nella vita della Chiesa, appare già sostenuto da una dottrina delle indulgenze elaborata sopra alcune prassi penitenziali più antiche, alla quale attinge anche per dare senso alla fatica del pellegrinaggio o di altre pratiche penitenziali che sacralizza o regolamenta. In sintesi: l’idea del Giubileo riprende alle radici una prassi giudaica, s’incarna storicamente nel grembo della pietà medievale, si regge a lungo sulla prassi del pellegrinaggio e di altre pratiche penitenziali, assumendo via via le caratteristiche di evento non solo religioso, ma anche storico, culturale, artistico, civile, economico, sociale. Ma va ricordato anche che, sin dalle origini, è stato il popolo a precedere di poco la gerarchia della Chiesa «inventando» il primo Giubileo cristiano. Ed è ancora il popolo a scrutare per primo i segni del perdono e a credere in quelle indulgenze che poi la Chiesa ha codificato e disciplinato.

Quali saranno le linee e poi le reali declinazioni del nuovo Anno Santo della misericordia preannunciato ieri dal Papa è troppo presto per dirlo. Certamente qualcosa si saprà con la lettura presso la Porta Santa della Bolla di indizione, nella domenica della Divina Misericordia, quella successiva alla Pasqua. Nei fatti ancora una volta si riapre un tempo di grazia che ci metterà davanti le nostre debolezze, la nostra lontananza da Dio, ma anche le possibilità di una piena riconciliazione. E un tempo di grazia che si prefigura già come «una nuova tappa del cammino della Chiesa nella sua missione di portare ad ogni persona il Vangelo della misericordia».
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