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MEMORIA VIVA
Paolo VI, «la dolce e confortante gioia di evangelizzare»
Marco Roncalli
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Oggi ricorre il 35° anniversario della morte di Paolo VI, che avvenne nel Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo. Era una domenica sera e quel giorno papa Montini non riuscì per le sue condizioni di salute a recitare la preghiera dell’Angelus. Nel dicembre dello scorso anno, Benedetto XVI ha promulgato il decreto che attesta le «virtù eroiche» grazie al quale Paolo VI è diventato venerabile. Questo pomeriggio, alle 17, presso l’altare della Cattedra nella Basilica di San Pietro verrà celebrata una Messa che ricorderà l’anniversario della morte di Paolo VI, che è sepolto nelle Grotte sottostanti la Basilica. A presiedere il rito, promosso dall’associazione Studium Fidei di Trieste, sarà il vescovo di Bergamo Francesco Beschi. Alla cerimonia sarà presente anche una delegazione di Concesio, il paese del Bresciano dove Giovanni Battista Montini vide la luce.

Dopo il ricordo dei cinquant’anni dell’elezione di Giovanni Battista Montini, lo scorso 21 giugno, ecco il tempo per la memoria di Paolo VI, morto trentacinque anni fa, a Castel Gandolfo, la sera del 6 agosto 1978, festa della Trasfigurazione, giorno in cui recitò l’ultimo Angelus in cappella «per tutti i fedeli della Chiesa», sorretto in piedi dai collaboratori non potendo nemmeno a star seduto per il dolore, pur avendo preparato uno scritto che non riuscì a pronunciare alla presenza dei pellegrini, ma rimasto come suo ultimo dono e sul quale è utile tornare oggi.

Vi si legge di «[…] Quel corpo, che si trasfigura davanti agli occhi attoniti degli apostoli» che «è il corpo di Cristo nostro fratello, ma è anche il nostro corpo chiamato alla gloria». E ancora: «Siamo chiamati a condividere tanta gloria, perché siamo “partecipi della natura divina” (2 Petr. 1, 4). Una sorte incomparabile ci attende, se avremo fatto onore alla nostra vocazione cristiana: se saremo vissuti nella logica consequenzialità di parole e di comportamento, che gli impegni del nostro Battesimo ci impongono». Non dimenticando nello stesso testo «quanti soffrono»: «i disoccupati, che non riescono a provvedere alle crescenti necessità dei loro cari con un lavoro adeguato alla loro preparazione e capacità; gli affamati, la cui schiera aumenta giornalmente in proporzioni paurose; e tutti coloro, in generale, che stentano a trovare una sistemazione soddisfacente nella vita economica e sociale...».

Difficile non legare queste parole a quelle, tradotte anche con gesti di grande valore simbolico, che fanno già parte delle priorità dell’insegnamento di papa Francesco, proprio colui che, come cardinale Jorge Mario Bergoglio, aveva aperto e concluso il suo intervento nella Congregazione generale del 9 marzo scorso alla vigilia del Conclave con un rimando all’Evangelii nuntiandi di Paolo VI, «conserviamo la dolce e confortante gioia di evangelizzare», e che «pensando al prossimo Papa» rimarcava il «bisogno di un uomo che dalla contemplazione e dall’adorazione di Gesù Cristo aiuti la Chiesa a uscire da se stessa verso la periferia esistenziale dell’umanità».

Difficile poi, dopo il recente viaggio apostolico di Francesco in Brasile, non ricordare gli approfondimenti scaturiti dalle due giornate di colloquio - il 10 e 11 ottobre del 2000 proprio a Buenos Aires - sul tema «Pablo VI y América Latina» o i richiami precedenti, dello stesso Paolo VI, nel primo viaggio a Bogotà, in Colombia, dove si era recato sì per il 39° Congresso eucaristico internazionale, ma per «incontrare specialmente i poveri, tutta l’immensa popolazione, che manca di onori e di pane», desiderando «che il simbolo sacramentale del Pane assuma anche il suo significato umano di nutrimento intorno a una mensa fraterna, di moltiplicazione delle provvidenze sociali ed economiche per la fame dell’umile gente, per tutti i popoli in via di sviluppo, mediante uno sforzo generoso di carità, che invita i benestanti, invita i popoli progrediti, invita gli operatori economici e politici a risolvere le troppo gravi situazioni, dell’inerte privilegio da una parte, della spasimante miseria dall’altra».

Insomma c’è un filo rosso che pare unire l’approccio di Paolo VI e Francesco, nel loro saldare tensione umana e spirituale, tempo e spazio, anche per comporre i conflitti, che va oltre i consueti omaggi all’inizio di un pontificato verso chi è venuto prima o verso il ministero petrino e che palesa il senso cristiano di impegni sin qui indicati come prioritari. Lo svela, con parole di papa Montini, l’editoriale che apre il nuovo numero del «Notiziario» dell’Istituto Paolo VI (dove si presenta fra l’altro un prezioso inedito del quale diamo conto in questa pagina). Era l’11 aprile 1969, e ricevendo in udienza il ministro degli Esteri dell’Argentina, Paolo VI, così si esprimeva: «[…] Forse che i termini, oggi tanto richiamati, di libertà responsabile, di diritti della persona, di dignità dei popoli, di rispettosa armonia tra regioni e Paesi, possono conseguire la loro piena efficacia operativa senza avere un logico riferimento al Dio vivente, dal quale derivano la luce della coscienza morale e il senso della solidarietà fraterna? Ben sappiamo che queste sono le convinzioni dell’Argentina, riccamente dotata di un prezioso patrimonio spirituale come pure di risorse naturali; ben sappiamo che essa, dove convergono e trovano ospitalità costruttiva tanti emigranti, è impegnata in un programma di ulteriore progresso materiale, culturale, morale e di collaborazione con altre Nazioni: sono ideali che la Chiesa, nell’ambito della sua missione spirituale e della sua vocazione universale, favorisce ed alla cui realizzazione chiama i suoi figli».
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