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Intervista
Kasper: viaggio al centro della Chiesa
Stefania Falasca
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La notizia dell’indizione di un «Anno Santo della misericordia» ha nel cardinale Walter Kasper un interlocutore privilegiato, per più di un motivo.

Eminenza, come ha accolto l’annuncio del Papa?
È un annuncio importante. "È un cammino – ci ha detto il Papa – nel quale dobbiamo andare". Vuol dire anche un anno per riconsiderare il sacramento della Riconciliazione, e questo è importante perché oggi è un po’ dimenticato mentre è il sacramento che ci rimette in piedi per camminare, per cominciare sempre di nuovo. «Cominciamo, finalmente»: lo disse san Francesco prima di morire. Con la misericordia ci sono sempre inizi che non hanno mai fine. L’Anno Santo è importante anche per aprire gli uomini al desiderio della misericordia. L’inferno è non avere bisogno di Dio.

Nel suo primo Angelus, il 17 marzo di due anni fa, il Papa citò proprio il suo libro sulla misericordia. A lei cosa disse?
Per lui la misericordia era già un tema molto importante. Da vescovo aveva scelto per il suo stemma episcopale il motto «Miserando atque eligendo». Quando gli diedi la traduzione spagnola del libro lui lesse il titolo – Misericordia – e mi disse: «Ah, ecco il nome del nostro Dio!». Per papa Francesco il messaggio della misericordia sta al centro del Vangelo, è un tema che è diventato la parola chiave del pontificato. E lui lo va continuamente riprendendo, fin dal primo giorno. Ci ha detto ripetutamente: la misericordia di Dio è infinita, Dio non si stanca mai di essere misericordioso con ciascuno, purché noi non ci stanchiamo di implorare la sua misericordia. Ripetendo questa parola chiave egli ha colpito al cuore innumerevoli persone, dentro e fuori la Chiesa.

Lei ha ampiamente trattato questo come un tema biblico centrale...
Sì, nel Nuovo Testamento è fondamentale. La misericordia di Dio è nel messaggio di Gesù, dalla parabola del Samaritano al discorso di Gesù sul giudizio universale, quando conteranno solo le opere di misericordia.

Lei ha scritto che la teologia ha trascurato questo tema. Perché?
Perché l’ha ridotto a semplice sottotema della giustizia. Tommaso d’Aquino dice che Dio non è vincolato alle nostre regole di giustizia. Dio è sovrano, è giusto rispetto a Se stesso, essendo amore. Poiché Dio è amore, e in questo è fedele a se stesso, egli è anche misericordioso. La misericordia dunque è fedeltà di Dio a se stesso ed espressione della sua assoluta sovranità nell’amore. La misericordia è la fedeltà di Dio alla sua alleanza e la sua incrollabile pazienza con gli uomini. Nella sua misericordia Dio non abbandona nessuno: dà a ciascuno una nuova opportunità e un nuovo inizio, se si è disponibili a cambiare vita. Il comandamento della misericordia vuole quindi che la Chiesa non renda difficile la vita ai credenti e non faccia diventare la religione una forma di schiavitù. La misericordia, come sostiene Tommaso ricollegandosi ad Agostino, vuole che noi siamo liberi dai gravami che ci rendono schiavi: «È il fondamento della gioia che il Vangelo ci dona», afferma il Papa nella Evangelii gaudium.

Con questo messaggio il Papa in che rapporto si pone con i suoi predecessori?
Francesco è in continuità con i Papi che l’hanno preceduto, con la tradizione e con molti santi. Anche per Giovanni XXIII la misericordia è la più bella delle proprietà di Dio: nel suo famoso discorso di apertura del Concilio Vaticano II esortò la Chiesa a non usare più le armi della severità ma la medicina della misericordia. In tal modo Roncalli indicò la tonalità di fondo del nuovo orientamento pastorale conciliare e post-conciliare. In Giovanni Paolo II il messaggio della misericordia è nato dalla sua esperienza dell’orrore davanti alla seconda guerra mondiale, perciò ha dedicato a questo tema la sua seconda enciclica, la Dives in misericordia. Poi, accogliendo l’impulso del messaggio di suor Faustina Kowalska, ha stabilito che la prima domenica dopo Pasqua fosse celebrata come festa della Divina Misericordia. Benedetto XVI ha continuato a sviluppare il tema approfondendolo teologicamente nella sua prima enciclica <+CORSIVOA>Deus caritas est<+TONDOA>. Papa Francesco, come i suoi predecessori, lega novità e continuità considerando la misericordia una realtà in cammino, un concreto programma pastorale.

Lei ha parlato del fondamento nella Scrittura e nella Tradizione, ma il discorso del Papa sulla misericordia ad alcuni appare sospetto quando si tratta della concreta applicazione pastorale...
Perché si confonde misericordia con un laissez-faire superficiale, con una pseudo-misericordia, e c’è chi sentendo parlare di misericordia subodora il pericolo che in tal modo si favorisca un’arrendevolezza pastorale e un cristianesimo light, un essere cristiani a prezzo scontato. Si vede così nella misericordia una specie di ammorbidente che erode i dogmi e i comandamenti e svaluta il significato centrale e fondamentale della verità. Questo è un rimprovero che nel Nuovo Testamento i farisei facevano anche a Gesù, ma la Sua misericordia li portò a un tale livello di incandescenza che decisero di farlo morire. Siamo però di fronte a un grossolano fraintendimento del senso biblico profondo della misericordia, perché essa è allo stesso tempo una fondamentale verità rivelata e un comandamento di Gesù esigente e provocante.

Ma la verità può essere in contrapposizione con la misericordia?
La misericordia è in intimo rapporto con tutte le altre virtù rivelate e i comandamenti. Non può perciò, se rettamente compresa, mettere in discussione la verità e i comandamenti. Non elimina neppure la giustizia ma la supera: è la giustizia più grande, senza la quale nessuno può entrare nel regno dei cieli (Mt 5,20). Mettere la misericordia contro la verità o contro i comandamenti, e porli tra loro in opposizione, è perciò un non senso teologico. Nella gerarchia delle verità è invece corretto intendere la misericordia – la proprietà fondamentale di Dio e la più grande delle virtù – come principio ermeneutico, non per sostituire o scalzare la dottrina e i comandamenti ma per comprenderli e realizzarli nel modo giusto, secondo il Vangelo.

Cosa intende parlando di misericordia come «principio ermeneutico»?
Che non altera i contenuti validi ma cambia la prospettiva e l’orizzonte entro il quale essi vengono visti e compresi. È ciò a cui faceva riferimento Paolo VI quando, nel discorso durante l’ultima sessione del Concilio Vaticano II, indicò l’esempio del Samaritano misericordioso come modello della spiritualità del Concilio. Con questa parabola Gesù voleva rispondere alla domanda su chi è il mio prossimo. E la sua risposta parte dalla situazione umana reale: il prossimo è colui che tu incontri, che in una concreta situazione ha bisogno del tuo aiuto e della tua misericordia, sul quale ti devi chinare e le cui ferite devi fasciare. È lui che diventa per te il criterio per interpretare la concreta volontà di Dio.

Quali sono le conseguenze di questo principio per la vita cristiana?
La misericordia di Dio non è un discorso retorico bello quanto innocuo, non serve per cullarci dentro la tranquillità e la sicurezza ma è una sfida che ci mette in moto. Vuole che le nostre mani e soprattutto i nostri cuori si aprano. Se Gesù dice "siate misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso" questo ha importanti conseguenze sulla conformazione della vita cristiana attraverso opere di misericordia corporale e spirituale. Significa, ad esempio, avere un cuore per i poveri – intesi nel senso più ampio –, un fatto che ha conseguenze sull’etica cristiana e specialmente su quella sociale. Se poi dobbiamo essere misericordiosi come è misericordioso il Padre nostro celeste, allora ciò vale non solo per il singolo credente ma anche per la Chiesa. Le conseguenze, perciò, riguardano in primo luogo la comprensione e la prassi della Chiesa.

Ecco, appunto: cosa comporta questo, concretamente, per la Chiesa?
Comporta che essa è e deve essere il sacramento, cioè il segno e lo strumento della misericordia di Dio. La Chiesa è sotto il primato della grazia: "Il Signore ci precede sempre con il suo amore e la sua iniziativa" – come afferma Francesco nell’Evangelii gaudium – e attraverso "il suo Spirito ci attrae a sé non come singoli isolati ma come suo popolo". La Chiesa deve essere perciò il luogo della misericordia gratuita, dove tutti possono sentirsi incoraggiati a vivere secondo la vita buona del Vangelo.
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