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INTERVISTA
Martini: «Io vescovo, dai libri alla gente»

Da vent'anni Carlo Maria Martini è arcivescovo di Milano. Due decenni in cui il cardinale-biblista si è trovato in modo crescente sotto i riflettori dei media, scoprendo - lui, abituato alla vita appartata dello studioso - di essere considerato una personalità in grado di "fare notizia". Eppure, a dispetto di tanta notorietà, l'impressione è che il "vero" Martini non sia troppo conosciuto. Per via del suo riserbo piemontese, certo (è nato a Torino il 15 febbraio del 1927), ma anche per l'errore prospettico di una certa informazione, indaffarata talora a creare personaggi anche a costo di trascurare le persone. Forse per questo il ritratto del cardinal Martini che esce dall'intervista odierna è, in buona parte, inedito. Così per un giornale come Avvenire, a forte radicamento ambrosiano, questa intervista finisce per essere qualcosa di più di un atto dovuto, è piuttosto un modo per dire grazie e contribuire a scolpire l'autentico profilo di un pastore tra i più significativi di questa stagione. Rispondendo alle nostre domande, l'arcivescovo di Milano ripercorre le tappe del suo rapporto con la diocesi e con la città, spiega i motivi del suo attaccamento a Gerusalemme e torna indietro con la memoria a quando, da ragazzo, aveva finalmente trovato una versione italiana del Nuovo Testamento. Una scoperta che, una volta di più, il cardinale definisce qui «un tesoro».
Dalla quiete di studioso al Biblico al "bagno di folla" di una diocesi come Milano. Dev'essere stato un bel salto per una persona schiva come lei. Chi era ieri Carlo Maria Martini e chi è oggi, dopo vent'anni di episcopato ambrosiano?
«Questa fu proprio una delle obiezioni che feci al Santo Padre quando mi chiese di diventare arcivescovo di Milano. Gli spiegai che io ero vissuto sempre a contatto con un numero limitato di studenti, nelle aule universitarie, nelle biblioteche. Non avevo mai avuto contatto con la folla. Non sapevo come andare incontro alla gente. Mi ricordo che il Papa stette un momento soprappensiero e poi mi disse: "Sarà la gente che verrà incontro a lei". Oggi, dopo vent'anni di episcopato, rimango una persona che si trova più a suo agio in una biblioteca, a contatto con i testi biblici, che non con le grandi folle. Tuttavia ho visto fin dall'inizio che era molto vero ciò che il Papa mi aveva detto. Ho trovato da parte della gente molta accoglienza, molta disponibilità all'ascolto, molta attenzione. L'importante è sapere che si rende un servizio alle persone, e che questo può essere reso sia nei piccoli gruppi sia anche, quando è necessario, di fronte a un'assemblea numerosa. In tante occasioni ho potuto vedere come anche una grande moltitudine di persone può vivere esperienze di silenzio, di raccoglimento intenso, di profonda religiosità».
In questo ventennio Milano è stata più volte nella tormenta. Fenomeni anche gravi l'hanno colpita e sferzata. Qual è il suo legame interiore con la città, quando dialoga con Dio, ad esempio, per essa che cosa gli chiede?
«Quando sono venuto a Milano era ancora il tempo del terrorismo, si vivevano momenti molto duri e dolorosi. Ricordo che allora mi aiutavano le parole di alcuni Salmi che descrivono il dolore e la violenza della città. I Salmi aiutano a fare anche del dolore una preghiera. Essi, con il loro frequente passaggio dall'"io" al "noi", ci fanno comprendere che quando un prete o un vescovo prega, prega sempre con la sua gente e per la sua gente. Non esiste più la preghiera solitaria o individuale. Ogni cosa che si chiede a Dio è chiesta per sé e per gli altri. Perciò chiedo a Dio per la città tutte le cose che chiedo per me, e chiedo per me tutte le cose che chiedo per la città».
Resto in argomento. Anche nell'ultimo ventennio, questa metropoli si è trovata coinvolta in una metamorfosi profonda. Talora è andata per strade inattese, impreviste. Quali sono gli aspetti della Milano odierna che sente più congeniali?
«Ho sempre apprezzato fin dall'inizio l'apertura di cuore, la generosità, la capacità di accogliere gli altri. Mi colpisce, nel proverbiale senso del lavoro, una certa fiducia nella vita, una quasi istintiva carica di ottimismo. Pur non essendo l'aspetto contemplativo della vita quello che viene comunemente attribuito alla città, ho verificato in questi anni che c'è disponibilità per questo aspetto che aiuta a penetrare fino alle radici profonde dell'esistenza, alle ultime motivazioni del vivere».
E ora me ne dica almeno uno (di aspetto) che non apprezza...
«Non mancano gli aspetti che mi addolorano molto: l'uso della droga, la prostituzione, la violenza, in particolare quella minorile. Ogni grande metropoli è confrontata con questi problemi. Essi potrebbero però essere molto ridotti se ciascuno si sforzasse di camminare per la via della legalità e obbedisse alla propria coscienza».
Si è mai sentito a disagio quando fatti non propriamente ecclesiali (per esempio, la consegna delle armi delle Br) l'hanno portata ulteriormente alla ribalta? Più in generale, come vive l'accentuata esposizione in cui è posto dalla missione che svolge ma anche dal profilo personale che le è riconosciuto?
«Quando uno diventa un uomo pubblico ha molte più occasioni di sbagliare. C'è una grazia che chiedo al Signore da tanto tempo, da quando ho cominciato, a Roma, ad avere responsabilità di comunità religiose e di comunità studentesche. E' la grazia di non commettere troppi errori, di non commetterne possibilmente troppi di seguito, e di non commetterne di troppo grandi. Chi agisce può sempre sbagliare, ma proprio per questo ci affidiamo a Dio perché ci illumini e ci corregga. Quanto al fatto specifico a cui lei si riferisce, vi potevo leggere, nel contesto che cominciavo a conoscere, i segni chiari della fine ormai prossima della violenza terroristica. Era questo che mi rallegrava e mi confortava».
Le sue annuali lettere pastorali sono diventate progressivamente un appuntamento atteso anche al di là dei confini diocesani. Si potrebbe forse dire che hanno inaugurato un linguaggio nuovo, che si discosta dall'andamento classico. Ecco, qual è il proposito che lei si prefigge davanti ai fogli bianchi di un testo che andrà ad elaborare?
«Le mie lettere pastorali non sono scritte a tavolino. Nascono da un lungo ascolto, da dialoghi frequenti, dalla riflessione e dalla preghiera. Soltanto a poco a poco emerge il tema, poi uno schema, poi il titolo, e infine la stesura. E' un processo che richiede molti mesi di lavoro e giorni e giorni per la stesura e la revisione del testo. Personalmente non mi prefiggo nessun scopo particolare, ma semplicemente di comunicare, nella maniera più semplice possibile, ciò che il Signore mi ispira dentro. Cerco di individuare il problema maggiore che emerge in un certo momento storico e mi metto di fronte alla gente cercando di parlare loro attraverso immagini e icone».
Un giorno il cardinale Ballestrero mi disse: "Quando ordino un sacerdote, è più forte di me, non riesco a non commuovermi". Lei come vive il rapporto con i suoi preti, in particolare con quelli a cui ha imposto le mani?
«Un vescovo è legato molto profondamente ai suoi preti, per un legame "ontologico". In questi anni ho ordinato molte centinaia di preti, e il cammino di ciascuno mi tocca profondamente. Per questo nella preghiera faccio mie tutte le speranze e tutte le sofferenze di questi preti, sento come miei tutti i loro cammini».
Nella sua omelia del 6 gennaio scorso, nel ricordare il ventesimo di ordinazione episcopale, lei ha voluto esprimere "il suo affetto e la sua riconoscenza" al Papa. Nell'ultimo periodo ci sono stati fraintendimenti ed equivoci che sono parsi oscurare in parte il rapporto tra alcuni esponenti dell'episcopato e Giovanni Paolo II. Lei pensa che turbative di questo tipo siano all'orizzonte?
«Io mi sento profondamente vicino al Papa non soltanto come cristiano, come prete e come vescovo, ma anche come gesuita. Come lei sa, i gesuiti fanno un quarto voto di obbedienza piena e totale al Sommo Pontefice. E' solo in vista di questa obbedienza che io mi trovo qui e svolgo questo ministero. Mi lascio ispirare in tutto dalle encicliche e dai documenti del Papa. Non potrebbe essere diversamente per un vescovo della Chiesa cattolica. Per quanto riguarda gli episodi a cui lei allude, in particolare ai fraintendimenti delle affermazioni di un vescovo tedesco, è emerso con chiarezza che sono state falsificate le sue parole. Parlando dei mass media in questi anni, ho fatto spesso osservare che c'è una ricerca quasi morbosa di contrapposizioni e conflitti. Per questo vengono anche talora riferite malamente le parole dei vescovi. Si tratta di un pessimo costume giornalistico, che va corretto».
In questi anni ha scritto molto, è diventato un autore di best seller. Inoltre, ha prefazionato un numero considerevole di pubblicazioni. La gratifica questa esposizione editoriale, o le è un peso rispetto magari alle consuetudini dell'attività pura di studioso?
«Io scrivo molto poco. Lo scrivere mi affatica, perché sono un po' perfezionista. Molti dei libri che sono stati pubblicati col mio nome sono stati semplicemente "detti" da me nel corso di esercizi spirituali, di prediche eccetera. Personalmente non rivedo quasi mai questi testi. Se li rivedessi, dovrei continuamente correggerli, riscriverli, e non ne sarei mai contento. Per questo, a partire ormai da molti anni fa, ho dovuto accettare che qualche editore li pubblicasse a suo rischio e pericolo. Mi stupisce il fatto che alcuni di essi siano molto letti e tradotti in tante lingue. Infatti, trattandosi di testi orali, sono pensati e detti per un pubblico molto determinato, quello che ho davanti in quel momento, magari predicando in qualche paese dell'Africa o dell'America Latina. Come mai sono accolti anche in paesi diversi e da persone di cultura diversa? Per quanto riguarda le prefazioni, da molti anni ormai mi sono imposto per principio di non scriverne più. Infatti le richieste che mi venivano erano troppe, e non potevo né dire di sì a tutti, né accontentare solo alcuni a preferenza di altri. Perciò mi limito a qualche prefazione solo a libri che riguardano direttamente la Chiesa di Milano, come per esempio il Duomo, il Museo diocesano o realtà simili».
Il suo legame con Gerusalemme. Che cosa ha significato e che cosa significa ancora? È vero che sogna di vivere un giorno, nella città santa?
«Mi stupisco anch'io di quanto forte sia il mio legame con Gerusalemme. Esso ha un'origine affettiva profonda, è quasi come un archetipo della coscienza. Si è sviluppato negli anni, durante i molti soggiorni in quella città, che sono iniziati quando, come rettore del Pontificio Istituto Biblico, avevo anche responsabilità per la casa che l'Istituto ha a Gerusalemme, vicino alla porta di Giaffa. E' da quel tempo che è iniziato il mio sogno di vivere un giorno nella città santa, dedicando il mio tempo alla preghiera e allo studio. Ormai sono vicino alla realizzazione di questo sogno, e ci penso spesso. E' un pensiero che mi conforta. Vorrei esprimere, con questo gesto, anche la mia vicinanza alle sofferenze e alle attese dei popoli che vivono colà, a partire dal popolo ebraico».
Ci faccia, se può, una confidenza. Come è nato il suo amore per la Scrittura? C'è qualche episodio preciso, un ricordo d'infanzia che le sovviene a tale riguardo?
«Il mio amore per la Scrittura è nato molto presto, ed è dovuto a diverse radici. Una di esse è la meditazione del Vangelo, che ho cominciato all'età di circa 10/11 anni. Si è poi sviluppata una curiosità e un interesse per le pagine dell'Antico Testamento, alla ricerca di capolavori letterari. Fin da ragazzo ho sempre amato molto la letteratura, è così che ho cominciato a leggere il libro di Giobbe ed altri libri poetici. Poi, con l'inizio degli studi biblici, questo amore è cresciuto e ha occupato tutta la mia vita. Anche ora non mi è venuto meno. Per quanto riguarda il ricordo d'infanzia, ne menzionerò almeno uno. Ricordo come, all'età circa di 11 o 12 anni, desiderando possedere un'edizione del Nuovo Testamento in italiano, mi misi a cercarla nelle librerie di Torino. Fu abbastanza difficile trovarla. Allora esistevano pochissimi sussidi e anche poche traduzioni. C'erano versioni dei Vangeli, ma era raro trovare una versione dell'intero Nuovo Testamento. Finalmente la trovai, in due volumi. Ancora la ricordo: era come se avessi scoperto un tesoro, ed era infatti un vero tesoro».


Dino Boffo
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