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Il cammino ecumenico
Pace e solidarietà: la comunità di Taizé a Valencia
GIANPAOLO SARTI
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​Una precedente edizione del Pellegrinaggio di fiducia sulla terra.

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Volti stanchi che hanno solo voglia di mettere qualcosa sotto i denti e di un letto dove riposare. Ne sa qualcosa il gruppo partito dal Veneto, con zaini e sacchi a pelo: ventisette ore e un quarto di pullman, un record per loro. Ma una stanza, un piatto pieno e un sorriso non è mancato a nessuno. E così, arrivati a destinazione, la stanchezza ha presto lasciato il passo all’allegria, agli abbracci, alla curiosità di conoscersi, ritrovarsi e condividere.

La comunità di Taizé, anche quest’anno, è riuscita a mobilitare un’intera città per le migliaia di ragazzi che, come ogni Capodanno, prendono parte al “Pellegrinaggio di fiducia sulla terra”. Sono in 25mila in questi giorni a Valencia, di cui 15mila dall’estero. I polacchi i più rappresentati, insieme a ucraini, italiani, francesi, tedeschi, croati e, naturalmente, gli spagnoli.

Il meeting, che si è aperto lunedì scorso e terminerà il 1° gennaio, ha richiamato anche americani, africani, giovani partiti da Taiwan e dall’Indonesia. Tutti ospitati nelle famiglie della città e dell’hinterland. È da qui, in un’Europa scossa da tensioni e terrore, attraversata dai migranti, che si alza un messaggio di «pace, solidarietà e accoglienza», come hanno osservato ieri parlando alla stampa il priore di Taizé, frère Alois, e il cardinale Antonio Cañizares Llovera, arcivescovo della città. «Carità e apertura all’altro sono la centralità della nostra fede», ha rimarcato il cardinale. «Taizé – ha aggiunto Cañizares – è una comunità ecumenica che sta diffondendo in tutto il mondo amore, pace e preghiera, la nostra migliore arma».

Alois ha raggiunto Valencia sabato scorso, direttamente dalla Siria, da Homs, dove ha trascorso il Natale. Ha ancora negli occhi la distesa di distruzioni e rovine. «La pace non può essere negoziata, deve nascere prima nei nostri cuori», ha detto riprendendo un passaggio del suo intervento di lunedì sera, durante la preghiera di apertura in Cattedrale davanti ai ragazzi. «Cosa possiamo fare di fronte ai conflitti? La pace mondiale – ha suggerito il priore – inizia nei nostri cuori e deve scaturire da una sorgente profonda, la pace che Dio ci comunica».

Le giornate sono scandite dagli incontri del mattino nelle comunità di accoglienza e dalle preghiere in Cattedrale o nei tendoni allestiti nel Jardí del Tùria, il grande parco in centro. I monaci, come già sperimentato a Roma e Strasburgo, hanno preferito organizzare i momenti di raccoglimento «tra la gente»,  spiega frère David.
Meglio dunque chiese, parrocchie e strade, più che fiere e capannoni in periferia. «Desideriamo che la presenza dei giovani sia partecipata dalla città, che questi giovani siano segno di una civiltà che vuole costruire fraternità». Ai gruppi sono state consegnate alcune proposte su cui confrontarsi, focalizzate su unico tema centrale, il «coraggio della misericordia », nello stesso spirito dell’anno giubilare: affidarsi a Dio, perdonare, aprirsi a chi soffre e rispetto della creazione.
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