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Giappone. Il monito del Papa nelle due "città martiri": le armi atomiche sono immorali

Gianni Cardinale, inviato in Giappone domenica 24 novembre 2019

Papa Francesco a Nagasaki (Ansa)

“L’uso dell’energia atomica per fini di guerra è, oggi più che mai, un crimine, non solo contro l’uomo e la sua dignità, ma contro ogni possibilità di futuro nella nostra casa comune. L’uso dell’energia atomica per fini di guerra è immorale. Ed è anche immorale il possesso delle armi atomiche come ho già detto due anni fa. Saremo giudicati per questo”.

Papa Francesco ribadisce con “convinzione” questa ferma condanna nel luogo simbolo del “buco nero di distruzione e morte”, dell’”abisso di silenzio” provocato dallo scoppio di in ordigno nucleare. Hiroshima, distrutta il 6 agosto 1945, “in un’ora tremenda che segnò per sempre non solo la storia di questo Paese, ma il volto dell’umanità”. Lo ha fatto già nell’altra città “martire” di Nagasaki in mattinata (quando in Italia era notte fonda). Lo fa adesso quando in Giappone è sceso il buio della sera.

Oggi era la giornata più attesa del viaggio papale nel Paese del Sol Levante. Tutti attendevano parole chiare e forti contro l’uso delle armi nucleari. Ed è stato così. La condanna non solo riguarda l’uso delle armi atomiche ma anche il possesso di tali mezzi distruttivi, come già affermato da Papa Bergoglio nel 2017, con un passo in avanti nella dottrina sociale della Chiesa in questo campo.

Papa Francesco parla davanti a Memoriale della pace, dopo aver ascoltato le drammatiche testimonianze di due sopravvissute. E lancia i suoi “mai più” un po’ come fece nel 1965 san Paolo VI quando parlò all’Assemblea generale dell’Onu a New York quando scandì per due volte il suo grido: “jamais plus la guerre!”. “Mai più la guerra, mai più il boato delle armi, mai più tanta sofferenza! Venga la pace nei nostri giorni, in questo nostro mondo”, è l’implorazione di papa Francesco.

Con un invito insistito affinché Hiroshima rimanga per i giovani un luogo di “memoria di quanto accaduto”, affinché rimanga “memoria viva che aiuti a dire di generazione in generazione: mai più!”. Papa Francesco è tagliente. Si domanda, retoricamente, come si possa “proporre la pace se usiamo continuamente l’intimidazione bellica nucleare come ricorso legittimo per la risoluzione dei conflitti”. E ribadisce che “la vera pace può essere solo una pace disarmata”.

L’atteso affondo del Papa sulla questione del nucleare militare ad Hiroshima è l’ultimo di una giornata dedicata principalmente a questo drammatico e attualissimo tema.

Il “possesso di armi nucleari” non è la “migliore risposta” al “desiderio di pace e stabilità” che è tra i “più profondi del cuore umano”. Anzi. Alimenta “una falsa sicurezza” supportata da “una mentalità di paura e sfiducia” che avvelena le relazioni tra i popoli e impedisce il dialogo. Per questo “un mondo senza armi nucleari è possibile e necessario". Per questo servono leader all’altezza della situazione che coltivino il dialogo diplomatico multilaterale.

Papa Francesco arriva di buon mattino a Nagasaki – “testimone delle catastrofiche conseguenze umanitarie e ambientali di un attacco nucleare” - e subito usa espressioni forti e potenti contro l’uso, e anche il possesso, di ordigni atomici.

Il tempo che accoglie il Pontefice è inclemente: acqua e freddo. Ma la fitta pioggia non ha fermato i fedeli, e i semplici cittadini, accorsi nella spianata dell’Atomic Bomb Hypocenter Park, proprio dove il 9 agosto 1945 esplose la bomba atomica che uccise all’istante 40mila persone distruggendo la vicina cattedrale cattolica.

Tra loro c’è anche il figlio del fotografo americano Joe O’Donnell, l’autore dello scatto con un bimbo che sta portando sulle spalle il fratellino morto al crematorio. Immagine tanto cara al Papa che l’ha fatto distribuire ai giornalisti due anni fa con una sua frase: “Il frutto della guerra”.

Papa Francesco, arrivato da Tokyo in aereo, si reca subito nell’Hypocenter Park dove sosta a lungo, commosso, davanti alla stele che ricorda i nomi degli uccisi, accende una candela e poi pronuncia un discorso chiaro e forte. Nagasaki, inizia, è un luogo che "ci rende più consapevoli del dolore e dell’orrore che come esseri umani siamo in grado di infliggerci". Ad esempio "la croce bombardata e la statua della Madonna, recentemente scoperta nella Cattedrale di Nagasaki, ci ricordano ancora una volta l’orrore indicibile subito nella propria carne dalle vittime e dalle loro famiglie".

"La pace e la stabilità internazionale – denuncia - sono incompatibili con qualsiasi tentativo di costruire sulla paura della reciproca distruzione o su una minaccia di annientamento totale". "Qui, in questa città” insiste “non saranno mai abbastanza i tentativi di alzare la voce contro la corsa agli armamenti”, con uno spreco di risorse preziose che potrebbero essere utilizzate per "lo sviluppo integrale dei popoli". “Nel mondo di oggi, - aggiunge - dove milioni di bambini e famiglie vivono in condizioni disumane, i soldi spesi e le fortune guadagnate per fabbricare, ammodernare, mantenere e vendere le armi, sempre più distruttive, sono un attentato continuo che grida al cielo". Papa Francesco usa particolarmente severe per il commercio delle armi: nel Catechismo infatti sono i peccati più gravi quelli che “gridano al cielo”.

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Per Papa Francesco “è necessario rompere la dinamica della diffidenza che attualmente prevale e che fa correre il rischio di arrivare allo smantellamento dell’architettura internazionale di controllo degli armamenti". Infatti "stiamo assistendo a un’erosione del multilateralismo, ancora più grave di fronte allo sviluppo delle nuove tecnologie delle armi”, ma “questo approccio sembra piuttosto incoerente nell’attuale contesto segnato dall’interconnessione e costituisce una situazione che richiede urgente attenzione e dedizione da parte di tutti i leader".

Già, i leader. Per il Pontefice "un mondo senza armi nucleari è possibile e necessario". Di qui la richiesta "ai leader politici di non dimenticare” che questi strumenti di morte “non ci difendono dalle minacce alla sicurezza nazionale e internazionale del nostro tempo".

Di qui l’invito ad "una seria riflessione su come tutte queste risorse potrebbero essere utilizzate, con riferimento alla complessa e difficile attuazione dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, e raggiungere obiettivi come lo sviluppo umano integrale". "Per tutto questo - sottolinea Papa Francesco -, risulta cruciale creare strumenti che garantiscano la fiducia e lo sviluppo reciproco e poter contare su leader che siano all’altezza delle circostanze”.

Finita la cerimonia all’Atomic Bomb Hypocenter Park Park, la mattinata di Papa Francesco a Nagasaki si conclude con l’Angelus davanti al Monumento che ricorda San Paolo Miki e i suoi compagni martirizzati nel 1597. Papa Francesco ne approfitta anche per ricordare che "in tante parti del mondo oggi soffrono e vivono il martirio a causa della fede".

E per lanciare una duplice esortazione. Alzare la voce sia “perché la libertà religiosa sia garantita a tutti e in ogni angolo del pianeta”, sia “contro ogni manipolazione delle religioni, operata dalle politiche di integralismo e divisione e dai sistemi di guadagno smodato e dalle tendenze ideologiche odiose".

Dopo la preghiera una breve visita al Museo dei Martiri che si trova a fianco del Monumento.

Il Papa pranza in arcivescovado e qui riceve un dono particolare. Nei giorni scorsi i membri di circa 12mila famiglie della diocesi di Nagasaki hanno composto circa 30mila preghiere per cui chiedere l’intercessione di Papa Francesco. Ogni preghiera è stata scritta su un piccolo pezzo di carta, poi piegato in un origami a forma di gru e insieme sono state affidate al Pontefice.

Nel pomeriggio c’è la Messa nello Stadio di baseball della città. In 35mila si uniscono alla celebrazione. Ci sono anche fedeli cinesi e coreani, con le rispettive bandiere nazionali. Con Francesco concelebrano tutti i vescovi del Giappone e i membri del seguito papale. Sull’altare viene posta i resti della statua della Madonna della vecchia Cattedrale che, come ricordato dal Papa in mattinata, sono stati ritrovati recentemente.

Qui siamo nel cuore storico del cattolicesimo nipponico. Qui sono concentrati i discendenti dei “cristiani nascosti”, che conservarono la fede in famiglia, senza preti, per gli oltre 250 anni di feroce persecuzione terminata solo nella metà dell’Ottocento. Molte donne ancora indossano il velo sui capelli che si usava una volta. La pioggia concede una tregua e spunta il sole.

Oggi è solennità di Cristo Re. E il Successore di Pietro spiega nell’omelia che “il Regno dei cieli è la nostra meta comune, una meta che non può essere solo per il domani, ma la imploriamo e iniziamo a viverla oggi, accanto all’indifferenza che circonda e fa tacere tante volte i nostri malati e disabili, anziani e abbandonati, rifugiati e lavoratori stranieri”, perché “tutti loro sono sacramento vivo di Cristo, nostro Re”. Quindi ribadisce che “Nagasaki porta nella propria anima una ferita difficile da guarire, segno della sofferenza inspiegabile di tanti innocenti; vittime colpite dalle guerre di ieri ma che ancora oggi soffrono per questa terza guerra mondiale a pezzi”. “Alziamo qui le nostre voci, - è l’esortazione finale - in una preghiera comune per tutti coloro che oggi stanno patendo nella loro carne questo peccato che grida in cielo, e perché siano sempre di più quelli che, come il buon ladrone, sono capaci di non tacere né deridere, ma di profetizzare con la propria voce un regno di verità e di giustizia, di santità e di grazia, di amore e di pace”.

Terminata l’Eucaristia Papa Francesco vola a Hiroshima, dove arriva quando ormai è tarda sera. Dopo l’incontro al Memoriale della Pace prende di nuovo il volo per rientrare a Tokyo. E’ stata una giornata senza respiro per il Pontefice. Faticosa. Ma, come già avvenne con san Giovanni Paolo II nel 1981, ha lasciato il segno nelle “città martiri gemelle” del Sol Levante.