Opinioni

Il funerale a Padova. Giulia e le parole necessarie: grazie a nome di tutti i padri

Massimo Calvi martedì 5 dicembre 2023

I funerali di Giulia Cecchettin, celebrati dal vescovo di Padova Claudio Cipolla nella Basilica di Santa Giustina, hanno restituito un’immagine che faticheremo a dimenticare, dopo giorni di dolore e di rabbia, di angoscia e di parole necessarie, di confronti e anche di tensioni: è la figura di un padre. La dignità e la compostezza con cui Gino, il papà della giovane uccisa dall’ex fidanzato Filippo Turetta, è intervenuto al termine della Messa, ma soprattutto le parole che ha scelto nascondendo a fatica l’emozione per la “tempesta terribile” che lo ha investito, hanno avuto la forza di aiutarci ad accantonare per il tempo che è giusto gli strascichi dei dibattiti su patriarcato e narcisismo, le paure che si sono fatte largo nei cuori dei genitori di tanti ragazzi e ragazze che stanno scoprendo giorno dopo giorno che cos’è veramente l’amore, come anche le pretese di giudicare la realtà dal piedistallo della propria esperienza.

È emerso un padre, e ne avevamo bisogno. Perché tutti abbiamo vacillato, ci siamo ricordati improvvisamente delle imperfezioni nella fatica di ricoprire questo ruolo, nel grande vuoto che la lenta dissoluzione degli antichi modelli ha lasciato. E che oggi rende difficile capire se si stia facendo la cosa giusta, oppure no. Nei pochi minuti in cui ha parlato, Gino Cecchettin non è stato più soltanto il papà di Giulia, la sua guerriera greca, è diventato, semplicemente, il padre che si deve essere. Ha detto che educare è aiutare i figli a conoscere il sacrificio, l’impegno, l’accettazione della sconfitta, è insegnare a guardare negli occhi degli altri, ad ascoltare, a comunicare realmente con empatia e rispetto.

Eppure, forse, non è in queste semplici e verissime parole pronunciate con la voce che a tratti si interrompeva per l’emozione, che sta tutta la forza del messaggio che è importante ricordare. Gino Cecchettin è diventato il padre che fatichiamo a essere, quando nel suo discorso ha distribuito le responsabilità chiamando tutti, la famiglia, la scuola, la società civile, il mondo dell’informazione, a sentirsi impegnati e coinvolti per essere agenti del cambiamento. Perché molto probabilmente lo scenario con il quale stiamo facendo i conti oggi, più della dissoluzione o della crisi della figura paterna all’interno delle mura di casa, è la deresponsabilizzazione rispetto alla funzione genitoriale che dovrebbe essere prerogativa di una intera comunità. I padri ci sono ancora, ma troppo spesso sono soli, perché il villaggio là fuori ha abdicato, rinunciando a essere la guida che indica come procedere in salita, delimita i confini, mostra la ferita del sacrificio, insegna a vivere.

Lontano, defilati, consumati da un dolore differente, due altri genitori in questi giorni hanno trovato il modo e la forza di non abbandonare un ragazzo che è pur sempre figlio, Filippo Turetta, e che ora dovrà scontare la sua pena. È un percorso complesso, quello della pacificazione. L’omelia del vescovo, monsignor Cipolla, ha invocato il Signore chiedendo di insegnarci proprio questo, la pace tra i generi, la pace tra le generazioni, la pace per i cuori di tutti. Tutti.

Il senso del limite e della fragilità è quanto ci restituisce questa straziante vicenda, insieme al desiderio forte che sia realmente lo spunto per cambiare. Nessuno è al riparo dagli errori e dai fallimenti nella crescita dei figli, consapevoli di quante volte, sperando di fare bene, sbagliamo. Sembra facile, a parole: volersi bene e mostrarlo ai figli, essere presenti, saper dire no quando serve, insegnare a camminare, lasciare andare. Poi le cose succedono, perché il male esiste e però si spera non entri mai in casa nostra. Soprattutto si prega che non accada, e lo fa ogni genitore: è nella natura dell’essere padre o madre, anche se non si è credenti. Sapere, cioè, che stiamo provando a fare tutto il possibile, ma alla fine ci troveremo sempre a dover chiedere perdono, a perdonare, a ringraziare.

Mentre il padre di Giulia camminava ormai fuori dalla chiesa, nella piazza si è udito un grido, commosso: “Grazie a nome di tutti i papà”. Proviamo a ripartire anche da qui.