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Sri Lanka. Tutti i sospetti su un gruppo jihadista. Arriva la rivendicazione del Daesh

Camille Eid martedì 23 aprile 2019

A più di 48 ore di distanza, il Daesh ha rivendicato la strage di Pasqua in Sri Lanka: la rivendicazione è stata diffusa tramite la sua agenzia di propaganda, Amaq. Gli arrestati sono 40, tutti cingalesi: lo ha confermato il premier, aggiungendo che l'allerta resta alta e che si temono nuovi attentati. Il Daesh ha anche diffuso una foto che dovrebbe ritrarre gli attentatori ciascuno con un nome di battaglia. Oggi è giornata di lutto nazionale e sono cominciati i funerali. Cresce il numero dei morti: 321 (quasi 500 i feriti), di cui almeno 45 tra bambini e adolescenti.


Una rete internazionale?

Gli attentatori dello Sri Lanka avrebbero agito con l’appoggio di una rete internazionale. «Non crediamo – ha detto ieri il portavoce del governo locale – che questi attacchi siano stati condotti da un gruppo confinato in questo Paese. C’è una rete internazionale senza cui gli attentati non avrebbero avuto successo».

Le autorità di Colombo non precisano l’identità della rete internazionale, ma da Washington arrivano le prime indicazioni dell’intelligence americana: il nucleo locale responsabile degli attacchi terroristici, ha riportato la Cnn citando funzionari Usa, ha agito su ispirazione del Daesh. Alcuni elementi porterebbero in quella direzione, ma altri non trovano ancora conferme. A favore dell’ipotesi americana, anzitutto, il modus operandi degli attentati simultanei, che è quello più tipico del Daesh, e prima ancora ad al-Qaeda. Primo, una raffica di attentati che ha messo in evidenza un lavoro di ricognizione sui target per studiare i punti deboli. Secondo, il ricorso a uomini-bomba ben mimetizzati (sette secondo gli investigatori): una tattica che il Daesh non ha mai risparmiato. Terzo, l’associazione dei bersagli da colpire, tra chiese e alberghi di lusso in cui è più facile provocare vittime tra gli occidentali.

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C’è però un elemento significativo che sembra screditare questa ipotesi: l’assenza di una rivendicazione. Simpatizzanti del Daesh hanno sì diffuso via Web le foto di alcuni presunti attentatori, ma queste immagini non rappresentano una rivendicazione vera e propria. Si potrebbe anche obiettare che le azioni kamikaze sono state all’ordine del giorno nella guerra che ha insanguinato per 25 anni lo Sri Lanka (si parla di almeno 160 kamikaze tra il 1983 e il 2009), ma quella tattica era praticata dalle Tigri del Tamil Eelam, ossia dalla milizia separatista espressione della minoranza tamil, piuttosto che dalla comunità islamica locale, rimasta tutto sommato al margine del conflitto. La presenza di un fermento in seno ai musulmani dello Sri Lanka è tuttavia innegabile, seppure non se ne conoscano esattamente le dimensioni.

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Il sedicente Califfato aveva reclutato centinaia – forse anche migliaia – di jihadisti nei Paesi del subcontinente indiano e del Sudest asiatico, ma le partenze dall’ex isola di Ceylon erano state assai contenute: non devono aver superato le poche decine. Nel 2016 le autorità locali hanno parlato di 36 aspiranti jihadisti partiti in direzione della Siria, alcuni con le proprie famiglie.

Il primo foreign fighter originario dello Sri Lanka, tale Mohamed Muhsin Sharfaz Nilam, alias Abu Shurayh al-Silani, aveva perso la vita nel 2015 nel corso di un raid aereo contro la città di Raqqa. Un elogio del «martire» era apparso sulle pagine di Dabiq, la rivista del Daesh. Più tardi, è comparso un gruppo Facebook denominato “Seylan Muslims in Shaam” (musulmani di Ceylon in Siria) che incitava i musulmani dell’isola al jihad.

«Svegliatevi dal sonno – si leggeva in un messaggio – e vedete quanto siete stati umiliati. Non un singolo leader che alzi un dito quando le vostre moschee vengono distrutte da estremisti». Per concludere: «O musulmani di Seylan, dopo 90 anni il vostro Califfato è tornato, e nonostante le 70 nazioni che vi si avventano sopra, il Califfato rimane ed è in espansione».

Il governo di Colombo non ha ancora precisato l’identità dei sospetti arrestati (il numero è salito ieri a 24), ma punta il dito contro un gruppo radicale islamico che si è distinto negli ultimi tempi: il “National Tawhid Jamaat” (Ntj), che lo scorso anno aveva danneggiato statue buddhiste nell’isola. La polizia ha fatto sapere che aveva ricevuto l’allarme di servizi segreti stranieri secondo cui questo gruppo preparava un’ondata di attentati contro le chiese e la sede diplomatica dell’India. Restano da capire le ragioni di un coinvolgimento, da parte musulmana, della comunità cristiana, visto che le tensioni religiose, vecchie e nuove, hanno riguardato i buddhisti. L’unica risposta plausibile, oltre alla solita assimilazione tra cristiani e occidentali, sta nella volontà di colpire dove meno uno se lo sarebbe aspettato. Bersagli facili. Le chiese.