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L'impeachment di Trump. Ma il miglior alleato sarà la congiuntura economica

Giorgio Ferrari giovedì 19 dicembre 2019

La speaker della Camera Usa, Nancy Pelosi del Partito democratico (Ansa)

Disoccupazione ai minimi storici, economia in buona salute, Wall Street che macina record, «What else?», dicono gli analisti fregandosi le mani. Ed è proprio questa congiuntura, più che lo sbarramento che verrà opposto al Senato ad essere il miglior alleato di Donald Trump, che da oggi affronta l’onta dell’inizio della procedura di impeachment. Una messa in stato d’accusa che strutturalmente non potrà che abortire, mentre formalmente pone l’inquilino della Casa Bianca nella delicata posizione che fu di Clinton e di Andrew Johnson (e lo sarebbe stata ancor più rovinosamente per Richard Nixon, il quale tuttavia preferì anticipare i tempi e dimettersi).

Ma a chi giova dunque questo terzo impeachment della storia americana che fino a un anno fa era faccenda ultraremota, grazie anche alla ferma stretta che la speaker Nancy Pelosi teneva sulla cavezza dei democratici più animosi, consapevole che il complicato meccanismo della messa in stato di accusa «potrebbe – sono parole sue – ricompattare il consenso intorno al presidente, tanto da potergli consentire la rielezione nel 2020»? Probabilmente avvantaggia di più i repubblicani, ma il tunnel imboccato dai dem era ormai impossibile da ripercorre a ritroso. A proteggere Trump, in queste ore animoso e offeso nel profondo tanto da evocare (ma è già accaduto, è un suo mantra consolidato) la caccia alle streghe di Salem, c’è il “red wall” repubblicano del Senato. Sufficiente a salvarlo dall’incriminazione, ma non dalla cattiva stampa. Ne godono peraltro le finanze del partito: da quando è stato messo sotto accusa nelle casse repubblicane sono piovuti milioni di dollari di donazioni. E anche questo qualcosa vorrà dire. Quanto alla tempistica, non siamo del tutto sicuri che la decisione della Camera sia caduta nel momento migliore per i dem: mancano una cinquantina di giorni alle primarie e troppo tempo ancora alle elezioni. In mezzo c’è la tutt’altro che improbabile irritazione dell’elettorato moderato per aver scialato tempo e denaro in una causa persa in partenza. Lo stesso Trump non lesina la sua rappresaglia: «Mettere in stato d’accusa un presidente che ha realizzato l’economia più forte della storia del Paese è una follia politica». O un boomerang, come temono alcuni. O «una cosa surreale», come riconosce la stessa Michelle Obama. Surreale come la popolarità di Trump: in crescita da quando in casa dem baluginava la messa in stato d’accusa, vicina al superamento del 50% ora che l’impeachment è un fatto concreto. Del resto, come si usa dire, nessuno come i dem americani sa trovare il modo di compiere perfetti suicidi politici (Hillary Clinton docet).

Qualche nube a dire il vero c’è anche per Trump, sebbene al momento la si intraveda appena. Il problema è il deficit, balzato dai 665 miliardi di due anni fa ai 984 di oggi, tanto da far risorgere i timori di una robusta ripresa dell’inflazione in concomitanza con l’esplosione di quella bolla grazie alla quale – ma questo lo dice anche l’ex presidente della Fed Greenspan – l’economia americana si è gonfiata a dismisura. E si sa, dietro a ogni boom si annida spesso una recessione che presenterà il conto sia sul fronte del debito pubblico sia su quello del costo del denaro. Lo sa bene Trump, uomo d’affari prima che uomo politico, abituato a capire in che direzione soffia il vento. Ma a lui può bastare di averlo a favore almeno fino a novembre del 2020.