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Brasile. Lula non si consegnerà, i sostenitori lo difendono

Lucia Capuzzi venerdì 6 aprile 2018

Dimostrazione a favore dell'ex presidente brasiliano Lula (Ansa)

L’edificio bianco-azzurro di São Bernardo do Campo, sobborgo satellite di San Paolo, è tornato ad essere l’epicentro del Brasile. Non accadeva da almeno quarant’anni. Quando, il “quartier generale” del sindacato dei metalmeccanici era la spina nel fianco della dittatura. Là si organizzavano gli scioperi che, tante volte, hanno paralizzato la produzione in tutto il Paese. L’artefice della “strategia dello sfinimento”, messa a segno contro i generali, era il combattivo segretario, Luiz Inacio Lula da Silva. A distanza di decenni, ieri, Lula ha voluto impiegare la stessa tattica nei confronti non più del regime, ormai caduto, bensì del giudice Sergio Moro, regista dell’inchiesta per corruzione Lava Jato.

Lui è il grande accusatore dell’ex presidente. Il suo «persecutore» dice quest’ultimo. In ogni caso, Moro lo ha condannato, alla fine, a 9 anni – poi aumentati a 12 in appello –, per aver ricevuto un appartamento dell’azienda Oas, in cambio di presunti favori. Dopo il rifiuto, giovedì, della Corte Suprema a lasciare l’imputato in libertà fino al verdetto definito, Moro ha deciso di accelerare. Emettendo, a meno di diciotto ore di distanza, l’ordine di arresto per Lula. In teoria avrebbe dovuto attendere almeno martedì, per dare tempo alla difesa di presentare un ultimo ricorso, di tipo procedurale. Invece ha scelto di “forzare la mano”, con un gesto eloquente: ha dato all’imputato 24 per consegnarsi, spontaneamente, alla polizia di Curitiba, città da cui è partita l’indagine, a due ore d’aereo da San Paolo. Quest’ultimo ha risposto con un analogo simbolismo. Per tutta la giornata s’è barricato nella roccaforte di São Bernardo. Fuori una folla sterminata di sostenitori, arrivati dalla notte di giovedì.

Una marea umana pronta a fargli da scudo, impedendo, in caso, l’arrivo degli agenti. Dentro, i vertici del suo Partido dos trabalhadores. Fino all’ultimo, l’ex presidente non ha detto se avrebbe accettato l’ultimatum di Moro, la cui scadenza era prevista alle 17 di ieri (le 22 ora italiana). O se avrebbe resistito, come gli chiedevano movimenti sociali e attivisti che, ieri, hanno organizzato blocchi stradali e proteste in tutto il Paese. Nel mentre, i legali cercavano di fermare Moro con un ennesimo ricorso – poi rifiutato – alla Corte Suprema. Infine, poco prima dalla scadenza del termine, i suoi fedelissimi hanno detto che Lula non intendeva consegnarsi. «Non si nasconde dalla giustizia, per quanto ingiusta sia. Tutti sanno dov’è. Che vengano a prenderlo». Insomma, Lula vuol dimostrare che, fuori o dentro la cella, è ancora in grado di mobilitare le masse. Un messaggio politico. In vista del voto di ottobre.

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