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Migranti. La Guardia costiera libica «pronta a sparare contro le navi»

Nello Scavo mercoledì 18 ottobre 2017

Lo sbarco di un gruppo di migranti salvati in mare (Ansa)

Non tira bonaccia nel Canale di Sicilia, non solo perché continuano ad arrivare migranti: 143 quelli sbarcati ieri a Lampedusa. I capovolgimenti di fronte in Libia hanno costretto le autorità marittime a lanciare nei giorni scorsi un «warning» urgente: «Non avvicinarsi alle acque territoriali libiche. Rischio reazione armata».

I destinatari sono le navi delle ong e perfino i pescatori tunisini. Dal centro di coordinamento dei soccorsi di Roma le notizie filtrano a mezza bocca: «Possiamo solo dare informazioni di cronaca», viene spiegato senza però smentire il contenuto dell’avviso. La prima conferma ufficiale arriva dall’altra parte del Mediterraneo. Il capo dell’Unione regionale dell’agricoltura e della pesca tunisina, Abdulrazak Krishan, ha spiegato che «l’avvertimento libico è stato preso sul serio». Anche dalle ong in acqua giungono conferme. «Nella notizia di allerta viene chiesto di arretrare – spiegano – non solo dalle acque territoriali libiche ma anche dalla cosiddetta area di ricerca di competenza di Tripoli, che si estende per circa 72 miglia dalla costa, facendo attenzione a non raggiungere mai il confine marittimo». Stavolta non per tenere alla larga testimoni scomodi di ciò che le motovedette di Tripoli potrebbero fare ai barconi dei migranti, ma perché il pericolo che i marinai facciano fuoco è davvero concreto.

Il confine con l'Europa nelle mani di Haftar

Negli ultimi giorni a Sabratha, roccaforte degli scafisti e tra i principali porti della rediviva Guardia costiera libica, è cambiata l’effettiva linea di comando. Gli uomini del generale Haftar si sono oramai spinti ad ovest e controllano i maggiori centri costieri. In altre parole, il confine con l’Europa sarebbe adesso nelle mani dell’uomo forte della Cirenaica, nemico giurato del governo riconosciuto del premier Serraj. E adesso sulle motovedette, spiegano fonti sul posto, potrebbero esserci comandanti dell’esercito di Haftar con nuovi equipaggi oppure con gli stessi militari armati e addestrati dall’Italia.

A conferma dell'innnalzamento del grado di allerta arriva la notizia di una sparatoria sul confine marittimo libico. Una nave della
guardia costiera di Tripoli ha inseguito un cargo battende bandiera della Crimea crivellandolo di colpi sparati con due cannoncini da 30 mm. I grossi proiettili hanno colpito la cisterna provocando uno sversamento di idrocarburi. La nave attaccata è riuscita a mettersi al sicuro in acque maltesi, nonostante la sala macchine fosse stata centrata dai mitraglieri.

L'episodio, come altri rivelati nei giorni scorsi da Radio Radicale, resta avvolto nel mistero. La nave cisterna è accusata di avere caricato illecitamente carburante in Libia (un traffico documentato in queste ore da un'inchiesta della Procura di Catania). Ma secondo altre fonti vi sarebbero alla base controversie finanziarie tra gli acquirenti degli idrocarburi e gang libiche protette dalla Guardia costiera. Qualunque sia la verità, l'attacco dimostra che la Marina libica non esita ad aprire il fuoco.

In 20mila prigionieri degli scafisti

La situazione è perfino peggiore di quanto immaginato. Solo due giorni fa le Nazioni Unite avevano resa nota su Avvenire una stima prudenziale circa i migranti reclusi clandestinamente a Sabratha: almeno 10mila. Ma ieri l’Alto commissariato per i rifugiati ha aggiornato i dati. Le persone trovate nelle prigioni degli scafisti sono più di 20mila, tra cui donne incinte e bambini. I funzionari dell’Acnur guidati dall’italiano Roberto Mignone hanno raccolto testimonianze su «abusi di portata scioccante». Centinaia di persone sono state trovate senza vestiti o scarpe: «Molti di loro hanno bisogno di cure mediche urgenti, altri riportano ferite causate da proiettili».

Un portavoce dell’Alto commissariato, Andrej Mahecic, ha detto che le autorità libiche si stanno occupando di 14.500 persone che erano state rinchiuse all’interno di fattorie, case e magazzini della città costiera, dopo che una forza alleata al governo di accordo nazionale libico, riconosciuto dall’Onu, ha cacciato una milizia rivale. Secondo le stime delle autorità libiche riferite dall’Acnur, altre 6.000 persone sarebbero invece ancora nelle mani degli scafisti. Ma si tratta, appunto, di stime espresse con cautela. Dei 1.631 migranti intervistati fino ad ora dall’Organizzazione internazionale dei migranti, «il 44% ha espresso il desiderio di tornare indietro nei loro paesi d’origine», spiegano dall’Oim.

Il caos libico

Intanto i sindaci di Sabrata e Zuara hanno di nuovo ringraziato l’Italia per il sostegno assicurato e hanno ribadito il proprio impegno a continuare la lotta contro i trafficanti. Parole espresse dopo aver ricevuto aiuti umanitari inviati dalla Cooperazione italiana. I leader locali, però, non hanno opposto resistenza all’avanzata di Haftar. Ghassam Salamé, a capo della missione libica delle Nazioni Unite, ha affermato che il processo di ricostruzione politica potrebbe includere Saif al-Islam, figlio del deposto e giustiziato colonnello Muhammar Gheddafi, e una serie di figure vicine all’ex rais. Non è un caso che proprio milizie gheddafiane, sostenute dallo stesso Haftar contro il governo Serraj, hanno dato l’assalto ad alcuni quartieri nei sobborghi di Tripoli, costringendo alla temporanea chiusura dell’aeroporto di Mitiga, l’unico operativo.

Le mosse dell’esercito nazionale libico guidato da Khalifa Haftar sono incessanti. Il comando ha annunciato che è in fase di preparazione un’operazione militare su larga scala per riprendere il controllo della città di Zawiya, 45 chilometri a ovest di Tripoli. Dopo essersi avvicinati da Est i combattenti del generale ambiscono ad accerchiare la capitale. Proprio mentre le trattative a Tunisi sono in stallo. Riprenderanno tra un paio di giorni, quando Haftar potrà negoziare da una posizione di assoluta forza. «Il generale – assicurano media locali a lui vicini – ha un piano per conquistare la capitale senza sparare un colpo».