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Intervista. Ramonda: le verifiche sulle casa famiglia? Servono. Ma non su chi accoglie

Lucia Bellaspiga mercoledì 3 aprile 2019

Paolo Ramonda

«Salvini ha detto cose gravi. Se fosse vero, come sostiene, che le case famiglia fatturano milioni di euro tenendo in ostaggio migliaia di bambini e con rette di 400 euro al giorno per bambino, deve dire nome, indirizzo, codice fiscale delle case famiglia che fanno questo. Ma temo sia male informato o faccia confusione». Paolo Ramonda è il presidente della Comunità Papa Giovanni XXIII di don Oreste Benzi, il sacerdote riminese che ha creato il concetto di casa famiglia e nel lontano 1973 ha fondato la prima. Oggi don Oreste non c’è più, ma le sue micro-strutture sono 300 solo in Italia e rappresentano l’eccellenza nell’accogliere tutte le categorie della fragilità umana.

Il ministro dell’Interno fa confusione? Lo informi lei.

Le case famiglia sono una cosa, le comunità l’esatto opposto. Le case famiglia rispondono a requisiti precisi: ci sono una figura materna e una paterna che vivono 24 ore con le persone accolte (due figure genitoriali che però hanno tutti i titoli richiesti dallo Stato come educatori), non professionisti stipendiati che ogni 8 ore si danno il cambio come nelle comunità. Spesso sono coppie di sposi con i loro figli naturali, che aprono la loro famiglia a chi non ce l’ha, non solo minori, ma anziani soli, ex prostitute nascoste ai loro sfruttatori, ex tossicodipendenti, uomini e donne uscite dal carcere, persone con disagio psichico... L’eterogeneità delle categorie è un’altra caratteristica, proprio come avviene nelle vere famiglie. Da anni chiediamo una definizione univoca delle nostre strutture, perché da quando sono stati chiusi gli istituti troppe realtà si autodefiniscono case famiglia senza esserlo.

A volte però casi di figli allontanati dai genitori per macroscopici errori ci sono stati, in Italia.

Può essere capitato, in quei casi occorre fare verifiche sui giudici e i tribunali, su chi toglie, non su chi accoglie.

Chi sono le persone che vi arrivano?

Sono inviate dai servizi sociali o dai tribunali quando non hanno veramente nessuno che si possa occupare di loro, ad esempio quando la gravità della loro situazione fa sì che non possano nemmeno essere date in adozione. Sottolineo: non sono minori sottratti all’adozione, come ha insinuato Salvini, ma ragazzini con handicap così gravi che nessuno si occuperebbe di loro, nemmeno le loro stesse famiglie quando ci sono, non per cattiveria ma per l’oggettiva difficoltà di certe situazioni. Spesso noi li 'accettiamo' dagli ospedali a pochi giorni di vita, poi restano con noi fino alla vecchiaia o alla morte, ma per tutti quegli anni trovano una vera famiglia sostitutiva che li ama. Il vero obiettivo però è fare accoglienza temporanea, cioè far rientrare appena possibile il bambino nella sua famiglia o avviarlo ad affido e adozione.

«Andremo città per città a visitare una per una queste case famiglia, magari con una commissione di inchiesta», ha minacciato il vicepremier.

Lo spero vivamente, che venga a conoscere. Esistono regole e controlli ferrei a tre livelli: poiché siamo presìdi socio-assistenziali siamo vigilati dallo Stato, poi riceviamo le visite dall’Asl regionale e dai Tribunali.

Facciamo i conti. Ricevete rette di 400 euro al giorno?

Le rette medie sono di 50/60 euro, per far fronte a disabilità costosissime. Mi riferisco a persone in stato vegetativo, con la spina bifida, con forme di autismo grave, malattie genetiche... tutti figli – così li viviamo noi, del tutto al pari con i nostri – che in strutture specializzate costerebbero allo Stato 700 euro al giorno. Hanno bisogno di neurologi, psicologi, infermieri, fisiatri, logopedisti e altri specialisti, 60 euro al giorno non basterebbero, ma grazie alle offerte generose dei privati possiamo occuparci anche dei tanti per i quali non riceviamo alcuna retta: un caso su due è accolto gratuitamente, siamo noi che facciamo l’elemosina allo Stato, altro che lucrare.

Fingiamo per un attimo che voi domani chiudeste...

Lo Stato dovrebbe occuparsi dei 702 minori e 1.600 adulti che attualmente accogliamo noi, come le altre reti che danno risposte ai territori, cioè onlus, associazioni, parrocchie... Guai smantellare il privato sociale, che permette allo Stato di non lasciare indietro i più fragili e risparmiare molti soldi.

Voi avete case famiglia in 42 Paesi. Un modello universale?

La validità pedagogica della casa famiglia è testata in Africa come in Asia o in America. Quando accogli un bambino o un anziano che non ha famiglia, ovunque nel mondo lo fai rivivere.

Anche lei è padre di casa famiglia.

Con mia moglie Tiziana abbiamo tre figli naturali e otto accolti, che oggi vanno dai 20 ai 91 anni. La 'nonna' ne aveva 60 quando è arrivata, gli altri erano tutti minorenni... Prego Salvini di accettare l’invito, un giorno e una notte in casa nostra, lo aspettiamo a braccia aperte.