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Vertice Ue. Stretta sulle Ong che si occupano di salvataggi in mare: ora cosa succede?

Ilaria Solaini venerdì 29 giugno 2018

(Laurin Schimd per SOS Mediterranee)

"Le Ong che operano in mare sono sempre più ostacolate nell'eseguire salvataggi in acque internazionali e viene loro negato l'accesso ai porti". Così interpreta Medici Senza frontiere il raggiungimento dell'accordo tra i 28 paesi Ue in tema di politiche migratorie al Consiglio europeo.

"Le politiche europee condannano le persone a essere intrappolate in Libia o ad annegare in mare", sottolinea ancora Medici Senza Frontiere (MSF) in un appello molto duro al termine del Consiglio europeo. "Con 220 persone morte annegate, la settimana scorsa si è registrato il maggior numero di morti nel Mediterraneo dall'inizio dell’anno. Tutte tragedie evitabili. I governi europei hanno bloccato le operazioni di ricerca e soccorso in mare delle Ong, consegnando la responsabilità dei soccorsi alla Guardia costiera libica".

Peraltro nel documento su cui si è trovato questa notte l'accordo al Consiglio Europeo si legge chiaramente al punto 3: "Tutte le navi che operano nel Mediterraneo devono rispettare le leggi applicabili e non interferire con le operazioni della Guardia costiera libica". Secondo il presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk quello che l'Europa ha mandato è "un messaggio chiaro a tutte le imbarcazioni che operano nel Mediterraneo, anche alle Ong: tutti devono rispettare la legge e non ostacolare il lavoro della guardia costiere libica".

E nella stessa direzione di delegittimazione dell'operato delle Ong in mare si colloca anche la chiusura dei porti di Italia e Malta. "Ho sentito il ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli: anche noi emaneremo una circolare che chiude i porti non solo allo sbarco ma anche alle attività di rifornimento alle navi Ong, che sono indesiderate in Italia", è quanto ha affermato il vicepremier e ministro dell'Interno, Matteo Salvini.

Intanto già giovedì 28 giugno la Ong spagnola Proactiva Open Arms ha denunciato di non aver potuto effettuare cambio di equipaggio e rifornimento alla nave Open Arms in nessuno dei due Paesi. Stessa sorte è toccata alla nave Aquarius dell'Ong SOS Méditerranée che è a Marsiglia, in Francia, per uno scalo tecnico di 4 giorni che ogni tre settimane avveniva solitamente a Catania, in Sicilia; ma il direttore delle operazioni di Sos Mediterranee, Frédéric Penard, ha detto nei giorni scorsi che "il clima non è più favorevole alle Ong" in Italia. Anche Malta ha rifiutato di fare attraccare la stessa nave Aquarius a La Valletta.

Sos Méditerranée ha precisato inoltre che lo scalo tecnico a Marsiglia, deciso dopo la chiusura dei porti italiani e maltesi alle Ong, "non è una buona notizia perché rappresenta 5 giorni di navigazione supplementari e un presenza nuovamente ridotta nella zona di salvataggio, mentre nel Mediterraneo centrale le traversate proseguono".

Altri punti critici dell'accordo, già messi in evidenza da alcuni esperti di politiche migratorie, sono da un lato l'assenza di una quota di redistribuzione nell'accoglienza dei migranti non indicata né prevista per tutti i Paesi europei (a tal proposito si parla di volontarietà) e la mancanza di indicazioni sulla riforma del Regolamento di Dublino, chiesta a gran voce dall'Italia poiché l'attuale regolamento obbliga ogni migrante a chiedere asilo nel primo Paese europeo in cui arriva, cioè molto spesso Italia, Grecia o Spagna.

A un certo punto, fra l’altro, si stabilisce che va cercato un consensus per modificarlo: nel linguaggio del Consiglio europeo - come evidenza il Post - significa che bisognerà trovare un accordo all'unanimità, col rischio che i Paesi dell'asse di Visegrád (tra cui Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia Ungheria) blocchino ogni negoziato. Si ricordi tra l'altro che la Corte di Giustizia europea, già a settembre 2017, aveva respinto il ricorso di Ungheria, Slovacchia e Polonia sulla cosiddetta ricollocazione, e nello specifico sulla quota dei richiedenti asilo da ospitare. Era stato ipotizzato che i tre Paesi rischiassero delle multe, mentre al momento con il nuovo accordo non viene menzionata la possibilità che vengano sanzionati per la non accoglienza.

Come procede l'inchiesta sulla nave Lifeline

Dopo la conclusione dell'odissea della Lifeline nel porto della Valletta, ecco cosa sta accadendo all'equipaggio della Ong tedesca. Il capitano della Lifeline, Claus Peter Reisch, mercoledì è stato portato in caserma per l’identificazione e riaccompagnato a bordo della nave, che è stata bloccata in porto. Oggi, venerdì 29 giugno, è tornato per la seconda volta nel quartier generale della polizia maltese a Floriana per un interrogatorio. Lunedì 2 luglio dovrà presentarsi in tribunale per la prima udienza preliminare, dove gli verranno contestate le accuse.

Due i punti da chiarire: aver disatteso gli ordini del Centro di coordinamento di Roma, non consegnando i naufraghi alla Libia; aver utilizzato un natante non registrato nella categoria mercantili dell’Olanda ma in quella delle barche da diporto, con una stazza quindi troppo piccola per effettuare Ricerca e soccorso. "Il comandante è stato riconvocato e sta rispondendo a tutte le domande - ha spiegato ai giornalisti presenti il portavoce della Ong tedesca, Axel Steier - Noi siamo convinti di aver rispettato tutte le disposizioni di legge". Steier ha precisato - inoltre - che il comandante "non è stato arrestato", che la Ong "non ha pagato alcuna cauzione" e che al momento non aver ricevuto al momento "nessun documento per la messa in stato di sequestro dalla nave Lifeline".

Rientrati da Malta i rappresentanti della Ong tedesca Lifeline hanno assicurato, in una conferenza stampa a Berlino, di voler cooperare con le autorità maltesi, in particolare Marie Naass di Lifeline ha precisato: "Abbiamo sempre rispettato il diritto internazionale in mare. Ci siamo attenuti alle convenzioni internazionali. E credo sia per questo che non ci sia un capo di imputazione".