Agorà

Dibattiti. Il film di Bellocchio e il caso Mortara tra storia e memoria

Agostino Giovagnoli giovedì 25 maggio 2023

Moritz Daniel Oppenheim, "Il rapimento di Edgardo Mortara" (1862)

Un film può essere giudicato adeguatamente solo dopo averlo visto. Ovvio. Ma si cerca sempre di farne parlare prima che esca nei cinema per attirare gli spettatori. È il caso anche di Rapito, l’ultimo film di Marco Bellocchio (che presentiamo QUI), presentato a Cannes suscitando molto clamore e divenendo un evento mediatico che impone se ne discuta prima ancora di averlo visto.

Il caso Mortara, di cui tratta il film, è una vicenda nota, su cui nel 1996 è stato pubblicato un libro, Prigioniero del Papa Re, di David Kertzer (autore anche del recente Un papa in guerra, su Pio XII) e, più recentemente, Il caso Mortara di Daniele Scalise, da cui è tratto il film. Poco prima che l’estensione dello Stato pontificio fosse ridotta drasticamente dall’Unità d’Italia, nelle Romagne, ancora sotto il dominio del "Papa Re", il piccolo ebreo Edgardo Mortara, apparentemente in punto di morte, fu battezzato di nascosto da una giovane domestica cattolica, in servizio presso la famiglia dei suoi genitori. Venutone a conoscenza, nel 1858 l'Inquisitore della città di Bologna ordinò di sottrarlo con la forza alla famiglia perché fosse educato cattolicamente. Pio IX approvò e resistette alle suppliche della famiglia, straziata dall’allontanamento del bambino. In seguito, Edgardo Mortara divenne sacerdote e si attivò per la conversione degli ebrei.

L’episodio si inserì in un clima sempre più permeato da principi di libertà politica, ideologica, religiosa e mentre l'emancipazione degli ebrei guadagnava crescenti consensi. Dopo la “rivoluzione romantica” dei decenni precedenti, inoltre, apparivano più diffusi l’importanza della soggettività, il rispetto dei sentimenti, la valorizzazione dei legami familiari. Pio IX, invece, era molto preoccupato per l’ormai imminente fine dello Stato pontificio, non perché avrebbe perso la sua sovranità ma perché convinto che l’unione tra potere temporale e potere spirituale portasse grande beneficio ai suoi sudditi.

Imporre con la forza la “salvezza” del piccolo Mortara gli sembrò un dovere stringente quando l’ultimo scampolo del suo ruolo di Papa Re era ancora per poco nelle sue mani. Per motivi specularmente opposti, il rapimento di Edgardo Mortara apparve come la prova provata che l’oscurantismo dello Stato pontificio dovesse cessare al più presto: Napoleone III ne trasse una giustificazione per non rispettare gli impegni presi con Pio IX, abbandonando al suo destino il potere temporale del papa. E’ una vicenda che ancora oggi suscita grandi emozioni e costituisce un soggetto affascinante per un film.

Nel giudicare a distanza di tempo il comportamento di Pio IX e degli ecclesiastici intorno a lui è sicuramente opportuno ricordare che ogni cosa va giudicata nel contesto in cui si è svolta e tenendo conto delle mentalità dell’epoca. È vero, ma non basta. Un film non è un’opera di storia, ma una creazione artistica in cui un eventuale nucleo storico viene utilizzato per inviare un messaggio che vale per l’oggi. Di regola, a deciderne il significato – e quindi, almeno in parte, anche il valore - sono i critici e, in ultima istanza, gli spettatori. Ma è anche importante capire quale messaggio abbia voluto lanciare il regista.

Nel film è presente un aspetto umanamente importante della vicenda: Pio IX si affezionò sinceramente ad Edgardo Mortara e questi sentì nel Papa un autentico affetto paterno. Ciò fa apparire Pio IX come una figura non totalmente negativa. E allora perché il papa ha compiuto un atto che ha inferto così profonde sofferenze? La storia mostra che fu prigioniero di una concezione errata circa l’uso della forza materiale per imporre un bene spirituale. Bellocchio invece lo spiega così: “Anche il nostro papa tanto amato [Papa Francesco] dice: Nel nome del Signore… C’è la carità, c’è la misericordia, però non è che in nome della carità o misericordia si possano mettere in discussione i dogmi di fede”. In questo modo il regista si è immerso pienamente nell’attualità, facendo capire che poco o nulla sarebbe cambiato rispetto ai tempi di Pio IX. Basta che papa Francesco dica “Nel nome del Signore” per evocare dogmi che rendono irrilevanti carità o misericordia. Il problema, insomma, non sarebbe in Pio IX ma nel cattolicesimo stesso.

Oggi, però, un caso Mortara non potrebbe più ripetersi perché nessun cattolico – a partire dal papa - approverebbe il rapimento di un bambino ebreo battezzato in articulo mortis. Ma non per un pentimento tardivo, conformistico e, in ultima analisi, debole e insincero (i dogmi sono rimasti gli stessi e quindi…). Bensì perché, se è vero che la fede della Chiesa è rimasta, al fondo, la stessa, i credenti oggi la vivono in modo diverso, anzitutto riguardo al rapporto tra Vangelo e violenza. Se ai tempi di Pio IX nello Stato pontificio si praticava la pena di morte, oggi la Chiesa cattolica è all’avanguardia nel chiederne ovunque l’abolizione.

Adattamento allo spirito dei tempi? Non solo e non tanto: è la fede stessa a cambiare i credenti e cioè quel cattolicesimo che secondo Bellocchio sarebbe responsabile di comportamenti disumani ieri e oggi. Riguardo al caso specifico, tra i tanti motivi per cui un caso Mortara non potrebbe più ripetersi c’è anche il profondo cambiamento compiuto dai cattolici comprendendo sempre di più il debito che la loro stessa fede ha nei confronti degli ebrei. Più in generale, se oggi i dogmi non rendono affatto irrilevanti carità e misericordia – l’insistenza appassionata di papa Francesco per la pace lo mostra ampiamente – è perché quegli stessi dogmi vengono meglio compresi di quanto lo fossero un secolo fa.

Bellocchio ha deciso di fare questo film dopo che Steven Spielberg, inizialmente affascinato dal tema, ha rinunciato a farlo: forse il grande regista avrebbe guardato al caso Mortara con una sensibilità diversa.