lunedì 15 aprile 2024
Jennifer Lahl, attivista americana nota per il suo impegno su gender e maternità surrogata, spiega (anche con un documentario) i risultati della sua inchiesta sull'uso dei bloccanti della pubertà
Un fotogramma del documentario di Jennifer Lahl "Trans Mission": "Il sesso biologico non conta"

Un fotogramma del documentario di Jennifer Lahl "Trans Mission": "Il sesso biologico non conta"

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«Il trattamento sperimentale di bambine e bambini non conformi al genere è pericoloso e ha effetti collaterali»: è la convinzione di Jennifer Lahl, fondatrice del Center for bioethics and culture network, al Centro Culturale di Milano durante l’incontro “Save our girls (and boys)” promosso dall’associazione Radfem Italia. Ad aprire la serata il docufilm “Trans Mission”, in cui esperti, attivisti e genitori espongono il loro pensiero sulla transizione medica e chirurgica dei giovanissimi.

Interrompere la pubertà fisiologica con farmaci specifici non è la soluzione per i bambini che soffrono di disforia di genere. In Inghilterra, le terapie farmacologiche utilizzate per curarla sono state messe al bando pochi giorni fa. Eppure, spiega la giornalista Marina Terragni intervistando l’ospite californiana, sono in tanti a sostenere che la transizione debba essere fatta il più precocemente possibile. Spingono in tal senso la classe medica e la politica progressista, si fa propaganda nelle scuole e i media la celebrano come un paradigma di libertà. Ma c’è anche chi si chiede a chi giovi questo esperimento antropologico.

«Chi promuove l’uso dei farmaci bloccanti lo fa per permettere ai bambini con disforia di genere che decidono di avviare la transizione di farla con garanzia di successo – continua Lahl, attivista americana nota in tutto il mondo per il suo impegno su gender e maternità surrogata –. Un bambino che vuole essere una femmina, secondo i fautori di questa prassi, potrà diventarlo in maniera più completa se avrà impedito lo sviluppo dei suoi organi genitali. Questo gli darà maggior speranza di non ritrovarsi con la voce grave, le mani grandi, il pomo d’Adamo». Ma la pubertà non può essere momentaneamente sospesa e poi ripresa, come fosse un bottone on/off da schiacciare: «Lo sviluppo dell’essere umano prevede che ci sia un tempo specifico per diventare fertili. Se si altera quella finestra temporale si danneggiano i meccanismi che portano l’uomo e la donna a generare, condannandoli all’infertilità».

I protocolli per il trattamento sperimentale sono promossi da WPath (l’associazione professionale mondiale per la salute transgender). Di recente, sono state rese note alcune sue chat interne, da cui emerge che la terapia affermativa è sperimentale e che hanno trattato anche minori con gravi disturbi mentali. «Esercitano forti pressioni sui genitori (“Preferisci un figlio trans o una figlia morta?”) e dicono loro che il tasso di suicidio tra i ragazzini che non si riconoscono nel loro genere è molto alto – continua Lahl –. Non dicono loro, invece, che il tasso di suicidio dopo il trattamento non diminuisce affatto».

La disforia di genere oggi è un problema soprattutto femminile: 8 casi su 10 riguardano bambine. «Ci sono molte similarità tra i bimbi che soffrono di questo disturbo – conclude Lahl –: hanno subìto traumi o sono stati vittime di episodi di bullismo. La pornografia e l’eccessivo uso di internet sono tra i problemi principali. Tra le ragazzine, in più, c’è il contagio sociale: abituate a stare tra loro, cercano di assomigliarsi e si influenzano».

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