Perché Facebook censura post e articoli innocenti
venerdì 26 aprile 2024

La domanda è semplice, la risposta un po’ meno. Partiamo dalla domanda: perché Facebook (ma anche Instagram e Threads, che fanno sempre parte di Meta) censura certi post? In questi ultimi mesi, in particolare, è capitato più volte a tanti di ricevere messaggi così da Facebook: «Abbiamo spostato uno dei tuoi post più in basso nel feed.». Tradotto: il tuo contenuto sarà mostrato a poche (pochissime) persone. Il motivo? «La nostra tecnologia ha mostrato che questo post è simile ad altri che violano i nostri Standard della community in materia di Contenuti forti e violenti». E più sotto: «Non consentiamo alle persone su Facebook di condividere contenuti che mostrano violenza esplicita». Che un social non permetta di condividere contenuti violenti è, come si usa dire, cosa buona e giusta. Peccato che queste censure colpiscano a caso anche articoli che parlano della guerra in Ucraina o di Medio Oriente. E persino un’intervista (è capitato a noi di Avvenire poche ore fa) al patriarca di Gerusalemme Pizzaballa, intitolata: «Costruire la pace partendo dai popoli». Se non fosse una cosa seria, ci sarebbe da sorridere: per Facebook un’intervista che parla di costruire la pace è «un contenuto violento». Passato lo stupore e poi la rabbia, viene da chiedersi: possibile che Facebook e tutta Meta facciano errori così grossolani? Sì, è possibile perché sono diminuiti i moderatori umani ed è aumentato l’uso dell’intelligenza artificiale, che però evidentemente non è così in gamba come si pensi. Così di fatto l’azienda finisce col penalizzare qualunque post contenga delle parole chiave. Al punto che Human Rights Watch l’ha accusata:
«Meta censura sistematicamente i contenuti riguardanti la Palestina». Per noi e tanti altri è toccato però a qualunque contenuto riguardi il Medio Oriente e/o la guerra in Ucraina. Per una nostra lettrice anche a un articolo di Avvenire sul pericolo inondazioni in Cina. Per Jacopo Fo, figlio di Dario, qualunque suo post solo perché pacifista. Per altri la censura riguarda i contenuti cattolici. Per altri ancora contenuti laici che vanno controcorrente.Cosa possiamo fare per contrastare questo vento di censura? La cosa più saggia da fare è arrivare alla fine del messaggio col quale Facebook ci informa di avere penalizzato il nostro contenuto e cliccare sul bottone «richiedi verifica» e poi selezionare la casella «la vostra tecnologia ha male interpretato il mio post». A questo punto, nel giro di una manciata di minuti, nel 99% dei casi Facebook ammette l’errore e fa tornare in circolo il post. Ciò che però non dice è che ormai una parte della forza di quel contenuto si è comunque persa, visto che la sua diffusione dipende dal numero di interazioni (mi piace, commenti e condivisioni) che ha ricevuto nei primi minuti di pubblicazione. Quindi, di fatto, Meta finisce per censurare anche i contenuti che ha male interpretato. Se possibile, ci aspetta un peggioramento: Meta, per evitarsi problemi legali, polemiche e accuse di promuovere questa o quella parte, ha deciso di penalizzare tutti i contenuti “politici”. Come scrive The Intercept «nella categoria rientrano un’infinità di cose. Compresi post che menzionano governi, elezioni o argomenti sociali». Questa nuova funzione, per di più, su Instagram e Threads (l’anti Twitter/X di Meta) si attiva in maniera automatica (e presto arriverà anche su Facebook). Insomma, per prevenire eventuali problemi legali dovuti alla diffusione di contenuti politici falsi o dannosi, Meta sembra avere scelto la strada più semplice e dannosa: quella della censura. © riproduzione riservata

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