lunedì 13 luglio 2015
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​In questo viaggio Papa Francesco ha continuamente proposto e incarnato il volto di una Chiesa che si immerge nei processi, accompagna le moltitudini "dall'interno", condividendone le fragilità, le ferite, le sofferenze. In una parola ha mostrato l'immagine di una Chiesa che è ospitale perché «la Chiesa è la casa dell'ospitalità». È stata proprio l'ospitalità la parola chiave dell'ultima celebrazione tenuta da Francesco nella terra dove storicamente la Chiesa ha compiuto un'opera di emancipazione umana e sociale attraverso il modello delle Reduciones dei gesuiti, nelle quali il Vangelo era l'anima e la vita di queste comunità dove non c'era fame, né disoccupazione, né analfabetismo né oppressione. Ad esempio di come una società più umana è possibile anche oggi, a modello di quella moderna «civiltà dell'amore» che la Chiesa universale è chiamata a incarnare. Imparare il linguaggio dell'ospitalità è l'ultimo messaggio di Francesco dall'America Latina. Da un altare realizzato con semi di mais e noci di cocco, donati da migliaia di agricoltori del Paese nel quale si distinguono il simbolo dei gesuiti e i grandi ritratti di san Francesco d'Assisi e di sant'Ignazio di Loyola, Francesco ha elencato la declinazione dell' Ospitalità con l'affamato, lo straniero, il malato, il prigioniero, il disoccupato, il perseguitato, «ospitalità con chi non la pensa come noi, con chi non ha fede o l'ha perduta» e «con le culture diverse, di cui questa terra è così ricca». L'ospitalità – ha detto – è la caratteristica fondamentale della comunità credente e «il cristiano è colui che ha imparato ad ospitare». È necessario, per essere realmente Chiesa, imparare «a vivere in un altro modo, con un'altra legge, sotto un'altra normativa», passando «dalla logica dell'egoismo, della chiusura, dello scontro, della divisione, della superiorità, alla logica della vita, della gratuità, dell'amore. Dalla logica del dominio, dell'oppressione, della manipolazione, alla logica dell'accogliere, del ricevere, del prendersi cura». E anche in quest'ultimo incontro con il popolo di Dio come modello di ospitalità non poteva mancare il riferimento all'icona mariana, madre per tutti e continuamente riproposta in questo cammino tra vescovo e popolo nei Paesi dell'America latina, lei «che ha seguito suo Figlio dalla folla, non ha dominato né si è impadronita della Parola di Dio, ma, al contrario, l'ha ospitata, l'ha portata in grembo e l'ha donata» insegnando così il metodo della prossimità: solo nelle circostanze concrete si sperimenta la misericordia e la salvezza. «La fede ci rende prossimi, ci fa prossimi della vita degli altri. La fede suscita il nostro impegno, la nostra solidarietà». E così anche l'ultima giornata del viaggio latinoamericano di Papa Francesco si è aperta con un appuntamento dedicato ai poveri, agli esclusi nel quartiere di Bañado Norte, zona povera e acquitrinosa di Asunción. Così come in Ecuador, Bergoglio aveva incontrato gli anziani della casa di riposo di Tumbaco e in Bolivia era entrato nel carcere di Palmasola. «Tutti necessitiamo di tutti», aveva aggiunto a braccio nell'incontro con i rappresentanti della società civile. E aveva sottolineato: «Un aspetto fondamentale per promuovere i poveri è nel modo in cui li vediamo. Non serve uno sguardo ideologico, che finisce per utilizzarli al servizio di altri interessi politici o personali. Le ideologie hanno un rapporto incompleto o malato o cattivo con il popolo. Le ideologie non assumono il popolo... Le ideologie dicono di fare tutto per il popolo, ma nulla con il popolo!». È questo sguardo che permette a Francesco di dire parole coraggiose. «Non condividere i propri beni con i poveri significa derubarli e privarli della vita. I beni che possediamo non sono nostri, ma loro», scriveva san Giovanni Crisostomo. Sono esattamente gli insegnamenti dei Padri della Chiesa troppo spesso caduti in prescrizione da far sembrare oggi un sovversivo papa Francesco.
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