giovedì 28 marzo 2024
I beni per 200 milioni sequestrati ai fratelli Pellini, ritenuti responsabili dell’inquinamento dell’area di Acerra, dovranno essere restituiti. Decisivo il ritardo del provvedimento d'appello
I roghi nella Terra dei Fuochi

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La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio il decreto di confisca emesso dalla Corte di Appello di Napoli e relativo al patrimonio del valore di oltre 200 milioni dei fratelli Giovanni, Cuono e Salvatore Pellini, imprenditori dei rifiuti condannati con sentenza definitiva per traffico illecito di rifiuti e ritenuti tra i responsabili del gravissimo inquinamento dell’area di Acerra, Comune della cosiddetta “Terra dei Fuochi”. I beni dovranno essere ora restituiti ai Pellini. Ma la procura di Napoli potrebbe richiedere nuovamente il sequestro.
Durissime le reazioni delle associazioni del territorio e di parte della politica, ma la decisione della Cassazione era prevista. Gli avvocati dei Pellini avevano chiesto ai giudici di dichiarare l’inefficacia del decreto di confisca emesso dalla Corte di Appello di Napoli il 19 giugno del 2023 perché preso oltre il termine di 18 mesi prescritto per emettere un provvedimento di secondo grado. Lo stesso sostituto procuratore generale della Cassazione Luigi Giordano, nell’udienza di dicembre, aveva dovuto constatare che il provvedimento di appello era arrivato con largo ritardo. Dunque un annullamento che si basa solo su vizi procedurali formali e non sul merito del provvedimento. Ricordiamo, infatti, che gli imprenditori erano stati condannati nel maggio 2017 in via definitiva a 7 anni per traffico illecito di rifiuti e disastro ambientale. Anche se poi erano stati scarcerati dopo appena dieci mesi grazie all’applicazione dell’indulto.
La condanna era il frutto dell’operazione “Ultimo atto-Carosello” del 2006, descritta con parole molto forti dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti che alla vicenda aveva dedicato un intero capitolo della Relazione sulla Campania. Una descrizione da vero disastro. «Presso gli stabilimenti Pellini erano stati illecitamente gestiti circa un milione di tonnellate di rifiuti speciali pericolosi e non, molti dei quali provenienti da stabilimenti del Nord Italia. Gli imprenditori ricevevano il rifiuto e dopo aver effettuato una declassificazione unicamente di natura cartolare li smaltivano illecitamente, direttamente nel bacino dei Regi Lagni e nelle campagne dell’agro aversano e napoletano». Fatti gravi e condanna grave, oltre alla confisca di 250 fabbricati tra i quali ville di lusso, 68 terreni, 50 tra auto e mezzi industriali, 3 elicotteri e 49 conti correnti. Tutto questo ora dovrà essere restituito.
«Siamo allibiti, nauseati e indignati - commenta su Facebook don Maurizio Patriciello, parroco di Caivano, “anima” del movimento contro gli inquinatori -. Piango. Altro non so fare per non smarrire la mia dignità di uomo. Oggi la nostra amata Italia ha scritto un’altra pagina nera. Il Signore ci doni la forza per continuare a lottare». Di «un’ulteriore ferita inferta a chi vive in territori devastati dai traffici illegali di rifiuti» parlano Stefano Ciafani e Mariateresa Imparato, presidente nazionale e regionale di Legambiente, sottolineando come «al di là degli aspetti formali che hanno portato a questa decisione, si tratta di un’evidente ingiustizia a cui la stessa autorità giudiziaria dovrebbe cercare di porre rimedio, per non frustrare ulteriormente la fiducia nei confronti delle istituzioni da parte di chi attende da troppi anni la bonifica dei territori». È quello che chiede anche Alessandro Cannavacciuolo, storico attivista dei volontari antiroghi di Acerra. «È una chiara sconfitta dello Stato. Ma c’è una via d’uscita prima che sia troppo tardi: la Procura di Napoli, e mi rivolgo direttamente al procuratore Gratteri, emetta un nuovo provvedimento di sequestro finalizzato alla confisca, perché il disastro ambientale è un reato permanente». In occasione della confisca il vescovo di Acerra, Antonio Di Donna, presidente dei vescovi campani, aveva affermato che «questi beni potrebbero essere utilizzati per la bonifica dei territori inquinati». Anche perché, aveva denunciato, «il disastro ambientale sta mietendo ancora giovani vittime». Ora bisognerà ricominciare daccapo perché comunque la procedura di confisca, se verrà riproposta, dovrà seguire il suo iter, con tre gradi di giudizio.

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