Come aprire la porta del disgelo. Il paradosso della pace
venerdì 12 gennaio 2024

Cercare vie di pace «di fronte all’oscurità di questo mondo». A pochi giorni dal tradizionale incontro di inizio anno con il Corpo diplomatico, l’ultimo appello di papa Francesco alla comunità internazionale, così intenso e articolato, sembra già passato agli archivi. Qualcuno dirà che è inevitabile, che i richiami a fermare le guerre e a cercare il dialogo sono scontati: che altro deve dire il Papa? Del resto, lo fa in ogni occasione e anche nell’udienza generale di mercoledì non ha mancato di rilanciarlo. Ma purtroppo i fatti dimostrano che l’oscurità non accenna a diradarsi, anzi tende a infittirsi. Segno che non vale neppure la pena di starlo a sentire?

La tentazione dello scetticismo e della rassegnazione, anche in una prospettiva di fede, si accresce a mano a mano che la forza dei fatti si impone, che le tensioni aumentano e la parola rimane quasi esclusivamente alle armi. Non si sa se considerare la situazione mondiale solamente “disperante” oppure ormai “disperata”, ha scritto giorni fa Edgar Morin, un grande saggio ultracentenario che pure si è battuto per tutta la vita in favore del dialogo e della comprensione fra i popoli e le culture. Sembra però sfuggire ai più un evidente paradosso, nascosto dietro certe professioni di realismo: tacere e scuotere il capo, restare fermi a guardare l’abisso che si avvicina, non è forse il modo migliore per accelerare l’avvento della catastrofe?

Paradosso per paradosso, converrà forse puntare sul più irragionevole, il più improbabile e per molti il più improponibile di tutti, specialmente in tempi di guerra. È quello che fece poche settimane prima di lasciare questa terra Papa Wojtyla, sia nel messaggio per la Giornata mondiale della Pace del Capodanno 2005, sia soprattutto nell’udienza del 10 gennaio 2005 al Corpo diplomatico.

L’occasione era esattamente la stessa in cui è espresso Bergoglio lunedì 8 gennaio scorso: l’incontro del successore di Pietro con gli ambasciatori di tutti i Paesi che hanno rapporti con la Santa Sede, compresi quelli impegnati in conflitti più o meno aperti. Al tempo, forse qualcuno in meno di oggi, ma non troppi.

Ebbene, a quella assemblea di “feluche”, in prevalenza non cattoliche e in buona misura non credenti, il futuro San Giovanni Paolo II si rivolse con le parole della lettera di San Paolo ai Romani: «Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene». In particolare, nel testo del discorso, lo volle ripetere cinque o sei volte, quasi come uno slogan, nella sua forma latina: «Vince in bono malum». Si direbbe il colmo dell’utopismo, un nobile proclama per “anime belle”. Agli orecchi più benevoli sarà apparso come il sublime canto del cigno di un vecchio pontefice che sente la fine vicina.

Eppure, proprio a dei diplomatici, a gente smagata e avvezza a ragionare in base ai rapporti di forza, il Papa volle trasmettere quel messaggio, specificando che, per loro tramite, esso intendeva raggiungere i loro popoli e i loro governi.

E perché esattamente quel tema? Perché, questa la risposta, «esso ha una sua precisa valenza anche nei rapporti internazionali, e può guidare tutti nel rispondere alle grandi sfide dell’umanità di oggi».

In altri termini, tendere la mano, provare a replicare al male con il bene, fare qualcosa per i nemici, è una chiave che può aprire la porta del disgelo e del dialogo. Difficile? Diciamo pure pressoché impossibile, senza una pulsione interiore che per i cristiani è al centro del messaggio che sono chiamati a incarnare.

E per chi non crede nel Dio di quel Gesù che ha dato la vita per i suoi nemici? Potrebbe valere lo spesso principio di realtà invocato a sostegno del ricorso alla violenza e al conflitto, possibilmente fino all’annientamento dell’avversario. Quello sostenuto tra gli altri da Gandhi: occhio per occhio e il mondo diventa cieco.




© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI