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Il fantastico mondo di Zeman
Massimiliano Castellani
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Inseguendo Zeman oltre i confini... Qualche tornante prima dello stadio di Cornaredo il lago è «fermo» come cantava Ivan Graziani in Lugano addio.. Ma il neopromosso Lugano dei giovani, a quattro giorni dalla conquista della finale di Coppa di Svizzera, non ha nessuna intenzione di dire addio al suo guru, il 68enne praghese (italiano dal ’68, seguendo lo zio juventino, mister Cestmír Vycpálek) Zdenek Zeman. Anzi. Il patron dei ticinesi, Angelo Renzetti, pare che a fine mese gli proporrà il rinnovo del contratto. Però ai cronisti locali (adunati nella saletta delle conferenze, stile: eravamo quattro amici al bar) che glie lo fanno notare, la coscienza di Zeman ribatte metafisica: «Questo me lo dite voi... Prima bisogna vedere di che morte moriamo». I colleghi ticinesi ringraziano il boemo per il solito graditissimo teatrino alla Ionesco e si congedano ossequiosi con notizie fresche sul gioiello Anastasios Donis, attaccante greco, classe 1996, qui in prestito dalla Juventus. C’è aria di neve (il match con la capolista Basilea domenica è stato rinviato apposta), ma Zeman sceglie il tavolo all’aperto del bar-ristorante dello stadio. Dopo l’allenamento questa è la sua ora d’aria, o meglio del “fumo”. «Le do tempo di due sigarette per finire l’intervista, ce la fa?», dice ridendo con il ghigno da Kafka del pallone.

Proviamoci (premessa: tra ogni domanda e la risposta passano pause fumogene degne del miglior Celentano). Allora Zeman, esperienza importante o “esilio” calcistico quello che sta vivendo a Lugano?
«Nessuno esilio. Qui è come stare in un’Italia più organizzata, più tranquilla e più pulita. Si chiama Svizzera italiana, ma per me è l’Italia svizzera».

Suvvia, confessi: proprio nessuna nostalgia della Serie A?
«Qua la televisione funziona bene, “si vede anche Serie A” - sorride - Torno sempre a casa con piacere, ma non mi manca proprio niente. Anche perché non mi sembra che il calcio italiano stia vivendo la sua migliore stagione. In Europa ci sono almeno tre o quattro Paesi che “giocano calcio” superiore».
 
Ora non vorrà mica paragonare la Serie A al campionato svizzero? «Del calcio di queste parti si parla sempre male, ma a torto, non è così modesto. Ci sono tre squadre: Basilea, Grassoppher e Young Boys che non sfigurerebbero in Se- rie A. Il Basilea è uscito dalla Champions, ma è un club che ha delle qualità, è passato agli ottavi di Europa League».

Trent’anni fa, nel 1986 lei a Foggia inaugurava l’epica “zemanlandia”, mentre al Milan cominciava l’era Berlusconi, che ancora continua. Le sarebbe piaciuto lavorare per il Cavaliere? «Non c’ho mai pensato, e Berlusconi allora non pensava a me visto che chiamò Sacchi dal Parma e io presi il posto di Arrigo. Poi il Parma eliminò il Milan in Coppa Italia, ma questa è un’altra storia... Il Milan per anni è stato l’esempio per tanti, qualcuno provando ad imitarlo si è anche rovinato per sempre».

Quanto l’ha “rovinata” a lei invece quel monito: “Il calcio deve uscire dalle farmacie...”?
«L’ho pagata cara... Anche come risultati sul campo. Il sistema “non ci voleva”, e anche la mia carriera ha preso una direzione diversa. Potevo allenare il Milan, l’Inter o il Real Madrid. Bloccato anche all’estero? Certo, perché tutto parte sempre da un “sistema interno”. Però per me non è mai stato importante dove allenare: Licata, Foggia o Pescara, nella mia idea di calcio hanno lo stesso valore del Real o del Barcellona».

Lo dice per addolcire la pillola amara del rimpianto? «(Sfumacchiata assorta) Nessun rimpianto. Il campo di Madrid è uguale a questo di Lugano, cambiano solo i nomi e i milioni che girano dentro e fuori i prati dei grandi stadi e il fatto che in panchina i grandi club vogliono “gestori” e non allenatori. Io in- sono rimasto un allenatore a cui piace ancora correggere il giovane che inizia a fare calcio. Il successo più grande per me è sempre stato veder crescere bene quel giovane…».

In questo momento chi è un tecnico “nongestore” da seguire? «Eusebio Di Francesco. Fa giocare il Sassuolo nella maniera che piace a me. Oltre a Di Francesco però non vedo altre guide in Serie A… Fiorentina-Napoli è stata la più bella partita della stagione, ma solo perché ogni tanto qualcuno da noi si ricorda che bisogna giocare a calcio prima che cercare il risultato ad ogni costo».

Pur di vincere ad ogni costo si ricorre ai farmaci e alle sostanze dopanti... Ritiene che il calcio può aver causato le morti e le malattie di tanti giocatori italiani?
«Non è che lo penso, è un fatto dimostrato. Ci sono state inchieste... Studi scientifici come quello recente americano parlano di un 16% di atleti dopati. Troppi».

“Zeman non vince mai”, è il tormentone dei suoi detrattori. In effetti se il 29 maggio il Lugano alzerà la Coppa di Svizzera sarebbe il suo primo titolo nazionale.
«(Sorride, fissa le nuvole, comprese quelle di fumo) Io non avrò vinto niente, ma non ricordo altri che hanno conquistato titoli allenando Foggia, Licata o Pescara… Di sicuro con me i presidenti, anche di Lazio e Roma, non hanno mai perso soldi. Anzi, siccome il calcio è diventato un business con me hanno pure guadagnato parecchio. Sono stati tanti i giovani che ho lanciato».

Ha lanciato campioni. Da Totti a Verratti: due “misteri”, uno, la bandiera giallorossa non trova spazio nella Roma, l’altro, il baby prodigio di Pescara non ha mai giocato nella nostra Serie A.
«Su Totti ho già detto, in panchina Francesco sente freddo... Verratti è finito al Paris Saint Germain per sbaglio. Quell’estate che salimmo in Serie A aveva molte offerte da grandi società italiane, ma poi a decidere è sempre una questione economica. Adesso Verratti guadagna molto, sta in una squadra dove ogni anno a Natale hanno già vinto il campionato, gioca la Champions al fianco di grandi campioni e forse riuscirà a realizzarsi meglio a Parigi che in Italia».

Rimane il Licata il “modello” che ha esportato ovunque?
«Sul campo sì, a Foggia avevo già qualche giocatore più importante. Quel Licata è irripetibile: allenavo una “nazionale siciliana”. Sette-otto giocatori li avevo crevece sciuti nel settore giovanile, passati in prima squadra giocavano ad occhi chiusi, “non ci dovevo dire” più niente. Quella squadra resta un modello per lo spirito di appartenenza, oggi si tende a “mischiare tutti” e sei fortunato se hai un giocatore nato e cresciuto nella città della formazione che alleni».

In quel Licata giocava Maurizio Schillaci, un talento che si è perso nella tossicodipenza: ora è uno dei tanti clochard che dormono alla stazione ferroviaria di Palermo… «(Sguardo basso, triste, accende un’altra sigaretta) Tecnicamente era più forte di suo cugino, Totò Schillaci. Maurizio è cresciuto in un ambiente sbagliato. Con me si è sempre comportato bene, però appena prendeva lo stipendio gli ritiravo i soldi altrimenti li finiva il giorno dopo… Ma non è servito, peccato. Andò alla Lazio e lo avrebbe preso anche l’Inter, solo che il direttore sportivo di allora sapeva del suo problema e mi disse: “Mi spiace, non posso portarlo a Milano…”».

Guardando il suo curriculum ormai le manca solo di allenare una nazionale, magari quella italiana...
«Qualche nazionale me l’hanno proposta, ma non è roba per me. Io voglio stare sul campo tutti i giorni e non incontrare i calciatori una volta ogni tre mesi. L’Italia non mi chiamerebbe mai, fare il ct è un incarico politico mica un lavoro qualsiasi».

Lavorare stanca i calciatori, così lamentano molti suoi colleghi italiani.
«Rispetto ad altri Paesi e anche rispetto ad altri sport, nel calcio italiano si lavora molto meno. Poi vi ci mettete anche voi giornalisti a dire che i calciatori sono “stressati” che sono “pieni di impegni” e che fanno già “tanti sacrifici…”. Una volta il sacrificio si faceva sul serio: tipo se perdevi una partita non si andava a ballare la sera, oggi le discoteche le chiudono i calciatori».

È più dura allenare le ultime generazioni? «Un po’. Grazie alle nuove tecnologie sono più “acculturati”, ma telefonini e internet li rendono più distratti, anche in campo. Il calcio lo vivono tutti come un mestiere... Non hanno più la voglia di divertirsi e di allenarsi per migliorare».
 
Ma scusi Zeman, ma chi glie lo fa fare di andare ancora in panchina?
«(Schicca la sigaretta nel posacenere) La possibilità di divertirmi. Al cinema non vado più da quando hanno vietato di fumare, in panchina senza una sigaretta resisto per due ore e mi diverto ancora quando alla mia squadra riesce qualche azione, qualche bella giocata. Questo soltanto io cerco, altrimenti, con l’aria che tira e i personaggi che circolano, avrei smesso da un pezzo».

“Il bel calcio” è l’eterno credo di Zeman e il suo rapporto con la fede? «La mia famiglia mi ha trasmesso una profonda educazione cattolica: eravamo praticanti quando a Praga sotto il regime comunista era vietato... Perciò in campo non sopporto i calciatori che bestemmiano. Qui in Svizzera si bestemmia molto meno che in Italia, ma se qualcuno dei miei lo fa lo chiamo da una parte e gli dico: “Stai offendendo mio Padre e mia Madre”, ricordati di non farlo mai più».
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