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Basket: PANCOTTO, la «torre» di Cremona 
Jacopo Dalla Palma
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Nella vita si dice ci sia sempre una prima volta e quando la prima volta significa un posto fra le grandi del basket italiano, allora la gioia e la felicità della nuova conquista hanno un sapore particolare, quasi più dolce del torrone, simbolo di una città come Cremona. Il primo posto in campionato della Vanoli, la semifinale raggiunta nella recente Final Eight di Coppa Italia ( sconfitta solo dalla corazzata Milano) hanno riportato in città quell’entusiasmo e quella passione che si respirava negli anni ’80 e 90’ quando la Cremonese calcio del presidente Domenico Luzzara occupava stabilmente i palcoscenici della A e lanciava giovani come Gianluca Vialli, Attilio Lombardo, Michelangelo Rampulla, Alviero Chiorri, Antonio Cabrini e Cesare Prandelli, grazie a Emiliano Mondonico e Gigi Simoni. Oggi, in attesa del ritorno ai fasti di un tempo dei grigiorossi pallonari, a farla da padrona sono i biancoblu della pallacanestro il cui mentore è senza dubbio coach Cesare Pancotto, «l’allenatore che ha unito l’Italia» come ama definirsi dal momento che ha allenato da Nord a Sud, isole comprese. E sempre con grandi risultati, fra salvezze insperabili e promozioni sulla carta solo sognate.

L’altitudine non preoccupa Pancotto che da vero condottiero sa bene quale rotta seguire e non ha paura dello scontro al vertice oggi a Reggio Emilia (diretta Sky Sport 1 ore 12) contro la Grissin Bon altra capolista insieme con Milano (che ha una gara in meno): «Ora è lecito crederci, tre anni fa eravamo ultimi, l’anno scorso siamo arrivati alle Final Eight di Coppa Italia. Quest’anno ci siamo ripetuti ed è un grande passo avanti perché ripetersi è sempre difficile, il nostro primo posto è frutto del lavoro quotidiano». Alla base dei risultati c’è la voglia di non mollare mai e la grande unione del gruppo come riconosce il coach: «Siamo partiti per non retrocedere e con uno dei budget meno ricchi, perciò il nostro percorso non può non prescindere da una grande motivazione, insieme al rispetto del lavoro e dell’altro, avversario o compagno di squadra che sia. Il mio scopo è quello di andare al cuore del singolo per sviluppare la forza di squadra e portare al massimo l’identità del team. Questo è il mio scudetto. Cerco di dare alla squadra dei valori e di sviluppare al meglio i rapporti fra i suoi componenti; solo così possiamo competere con le grandi». 

Il detto la miglior difesa è l’attacco è la filosofia vincente di molti, per i lombardi invece il vero punto di forza sembra essere nella retroguardia: «Ogni squadra deve sviluppare le proprie capacità e noi con la nostra mentalità e l’organizzazione difensiva siamo arrivati in alto. Siamo la terza miglior difesa, quella che concede meno nel tiro da due e in attacco ci siamo distribuiti le responsabilità. Siamo gli intrusi con merito dell’alta classifica, ma questo non deve farci cambiare». La geografia cestistica sembra cambiata radicalmente negli ultimi anni, a vincere non sono più solo squadre come Milano, Bologna, Pesaro, Varese, Treviso, Siena perché si stanno affacciando altre province con nuovi stimoli e ambizioni proprio come Cremona: «Questo cambiamento del nostro basket è ciclico, ma è importante avere le metropoli, pur essendo fondamentale nutrirci anche della provincia. Diciamo che per il bene della pallacanestro sono indispensabili una all’altra, la priorità vera è costruire società forti a livello organizzativo. Noi abbiamo puntato a costruire uno zoccolo duro con sei giocatori italiani per creare una vera identità e dare alla squadra una sua personalità. Ragazzi come Cusin, Vitali e Mian sono il volano di tutto il gruppo e poi ci sono altri giovani con voglia di crescere e stranieri disposti a rimettersi in discussione, l’unico obiettivo deve essere quello di far crescere la società e creare il senso di appartenenza che è alla base del successo».

Dietro le grandi vittorie ci sono sempre solide basi costruite negli anni, anche se a volte vuol dire mandare giù bocconi amari. Il sacrificio e il lavoro ripagano sempre e un veterano come Pancotto, ormai entrato nella storia di questa società, non lo nasconde certo: «In ogni città dove ho allenato ho sempre pensato che fosse l’ultima e di mettere radici, ma il mio compito è quello di avere un progetto e di perseguirlo attraverso l’entusiasmo e la continuità dei risultati. Devo essere al centro del progetto, allenare, dialogare con i tifosi, con i media e far diventare uomini i miei giocatori. Stiamo portando avanti i valori di una città come Cremona e per questo speriamo che anche il calcio torni ai suoi splendori perché aiuterebbe a far emergere ancora di più la cultura e l’insegnamento dello sport che non può che fare bene a tutti». Nemmeno la sconfitta in Coppa Italia con l’Olimpia sembra aver scalfito le certezze della Vanoli, perché sotto il Torrazzo c’è ancora voglia di stupire e un primo traguardo è già stato raggiunto: «Siamo la squadra rivelazione del torneo - conclude Pancotto- e da questo prendiamo la nostra energia, ma dobbiamo rimanere umilmente ambiziosi e non perdere la capacità di sacrificarci, solo così le nostre 14 vittorie stagionali non saranno vane e continueremo a tenere alto il nome di Cremona, dei suoi abitanti e del nostro presidente che si alza ogni giorno alle cinque del mattino e lavora fino a sera. Solo così potremo andare ancora lontano».
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