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“Matti per il calcio”, la Nazionale in cura con il pallone
Massimiliano Castellani
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Italia-Germania 4-3, semifinale del Mundial di Messico 1970, è stata la “partita del secolo”, ma quello scorso. Ora, il match del terzo millennio, che rimarrà agli annali, sarà quell’Italia-Perù 4-3, disputato a Osaka: finale per il terzo posto della prima edizione dei Mondiali di calcio a 5 per persone con problemi di salute mentale. Una Nazionale, la nostra, nata da un progetto sanitario pilota nella Polisportiva Gabbiano, la squadra della Bufalotta, periferia di Roma. Un volo leggero e lungo dieci anni che ha generato un vero e proprio “modello”, un network internazionale di calcio-terapia che dal Gabbiano lo psichiatra Santo Rullo – primario della comunità terapeutica romana di Villa Letizia – ha trasferito dall’Europa in Giappone. «I giapponesi – racconta – nel 2009 sono stati i primi a venire a Villa Letizia con una squadra accompagnata dalla sociologa dell’Università di Yokohama Nobuko Tanaka.


Qui hanno scoperto l’efficacia dell’impegno sportivo nei programmi di riabilitazione psico-sociale dei pazienti psichiatrici e il progetto poi è stato condiviso dagli operatori a livello internazionale». Lo spot, che ha circolato per tutti i centri specialistici del mondo, è quel gioiello di docufilm girato da Volfango De Biasi e Francesco Trento, il cui titolo, Matti per il calcio, nel 2013 è diventato anche il nome del network. De Biasi, dopo l’ultimo film Natale con il boss prodotto dal cinepresidente del Napoli Aurelio De Laurentiis, di ritorno da Osaka è alle prese con il montaggio del sequel di Matti per il calcio. «Si intitola come il progetto mondiale, Crazy for football, il documentario (prodotto da Sky Dancers) realizzato sempre con Francesco Trento, in cui abbiamo seguito passo dopo passo il cammino dei nostri azzurri». Un percorso cominciato con le selezioni, il raduno a Roma e gli allenamenti all’impianto Pio XII «che ci ha concesso gratuitamente la Fondazione Cavalieri di Colombo», ringraziano i “Matti per il calcio”, il campo che dall’alto domina il cupolone di San Pietro. Lì, si sono presentati i trenta selezionati (tra di loro anche una donna, Mara), provenienti dai centri terapeutici di tutta Italia, poi ridotti ai dieci della rosa di una Nazionale in piena regola, riconosciuta da Federcalcio e Coni. «La Figc ci ha fornito le maglie azzurre come quelle della Nazionale di Antonio Conte e il Coni ha “parlato” ai nostri ragazzi con un videomessaggio del presidente Giovanni Malagò, che ci ha trasmesso una carica incredibile», continua Rullo. 



Occhi lucidi all’Inno di Mameli prima del fischio d’inizio di un Mondiale in cui all’ultimo momento, «per problemi di convocabilità o economici » hanno defezionato Germania, Danimarca, Inghilterra, Corea del Sud e Argentina. Così alla fine sono rimaste in quattro le rappresentative a contendersi la Coppa del Mondo: Giappone, una formazione di Osaka, Perù e Italia. «Ha vinto il Giappone che però, oltre a essere la squadra più organizzata, aveva anche elementi con problemi psichiatrici inferiori ai nostri...», dice il mister Enrico Zanchini. È il ct di un gruppo che nel suo staff vanta una gloria del calcio come il team manager Felice Pulici (ex portiere della Lazio dello scudetto del ’74) e che per preparatore atletico di- spone dell’ex pugile Vincenzo Cantatore. Tutte persone di grande sensibilità , tutti volontari prima che professionisti dello sport, che al fianco dell’infaticabile “padre-patron” Rullo stanno divulgando il messaggio universale che «il calcio può rompere l’isolamento » di chi nel suo quotidiano deve fare i conti con la schizofrenia, il bipolarismo e la depressione.



«Quando avevo sei anni sono caduto e sono stato in coma per due giorni. Ho fatto riabilitazione perché non camminavo e ho avuto una perdita di memoria e disconnessione mentale. Ancora oggi quando mi emoziono ho difficoltà a far uscire le parole... Per me il calcio è diventato tutto. Prima giocavo in solitudine, ora ho scoperto la bellezza della squadra. Noi siamo fatti per stare con gli altri», racconta orgoglioso Christian, 38 anni, «attaccante puro» nei Fenicotteri di Oristano. Uno dei piccoli eroi esemplari di questa avventura che sta ribaltando le vecchie certezze della psichiatria. «Il calcio sostituisce il farmaco che spesso appesantisce il corpo e la mente già provata del paziente. Il malato mentale è costretto a uscire dalla sua stanza e tra allenamenti e partita deve confrontarsi almeno tre volte alla settimana con gli altri – continua Rullo –. Questi ragazzi, chiusi nella loro malattia, hanno smesso di immaginare cosa può pensare “l’altro”. Invece, in campo, un momento peculiare come il fuorigioco gli impone di pensare al movimento successivo dell’avversario, di chiedersi mentalmente: ora a chi passerà il pallone?».



Domande che finalmente si pongono ognuno dei componenti di questa squadra azzurra che «gioca molto di testa», direbbe Nanni Moretti, e che a Osaka si caricava al grido del monicelliano «Branca-Branca-Branca/Leon-leon-leon». Ma è tutt’altro che un’Armata Brancaleone questa formazione, allenata sempre di più a ragionare, specie con il cuore, e stimolata a sentirsi gruppo agli ordini di mister Zanchini. «Non è stato tutto facile, ma non lo è mai per nessuna squadra e tra i professionisti non è che circoli gente più “savia” dei miei ragazzi... – dice ridendo il ct –. Il segreto? Trattarli con la massima “normalità”, come ho imparato in questi anni nella mia associazione “Il Faro” allenando formazioni di tossicodipententi e di minori problematici. Lavorare con queste realtà regala delle emozioni che a volte è difficile da raccontare». Notti magiche e un mondo di emozioni quelle vissute dai “ragazzi di Osaka”.


La gioia. Per il gol del 4-3 al Perù, «la squadra con cui abbiamo socializzato fin dal primo istante in cui siamo atterrati in Giappone», dicono in coro gli azzurri. La rabbia. Di chi è finito in panchina («Ma durava un attimo, perché a chi da sempre è abituato a perdere nella vita non devi certo spiegare l’accettazione della sconfitta, quella fa parte del loro Dna», sottolinea Rullo). Il sorriso. Contagioso, che sgorga spontaneo dopo una palla ciccata davanti alla porta vuota o la battuta spiazzante del ct Zanchini: «Uno dei ragazzi parlava da solo fino a che non era il suo momento di entrare in campo. Un altro seduto in panchina mi fa: “Mister io sento le voci nella testa”. Lo fisso negli occhi e gli rispondo: oh, d’ora in poi vedi di ascoltare solo la mia, di voce ». E questa è la voce del pallone. Lo sport che riconsegna il diritto allo sport a chi emarginandosi dal contesto sociale ha gradualmente perso tutti gli altri diritti.


Un assist esistenziale, a chi spesso non vede la luce in fondo al tunnel del suo spogliatoio popolato dagli spettri della malattia psichiatrica. «L’esercizio fisico, si sa, aumenta la serotonina e la dopamina. I dati in possesso ci dicono che con la calcio- terapia abbiamo un 33% di pazienti pienamente recuperati, un altro 33% che va tenuto in trattamento, ma potrebbero comunque arrivare alla piena guarigione. Infine, un restante 33% che purtroppo vanno incontro a delle ricadute. Ma se si esce dall’isolamento, con il contatto fisico garantito da uno sport come il calcio maggiori saranno le possibilità di vincere la partita contro la malattia». Sono i risultati di una sfida aperta (prossimi Mondiali a Roma nel 2018), ancora tutta da giocare, per cui lo zemaniano Zanchini citando il maestro boemo ricorda ai suoi ragazzi: «Il risultato è casuale, la prestazione... no!».
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