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Mirabelli: via le adozioni, o si spacca il paese 
Angelo Picariello
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​«Siamo ancora in tempo per un accordo largo che non spacchi il Paese». Ne è convinto il presidente merito della Consulta Cesare Mirabelli. «Se c’è volontà basta un un pomeriggio», dice. Ma chiede a Matteo Renzi di scendere in campo per trovare una via d’uscita, sulle unioni civili.

Partiamo dalla sentenza sulla coppia di Firenze che ha fatto ricorso all’utero in affitto all’estero. Che cosa aggiunge in questo dibattito?
Questa sentenza del Tribunale di Firenze ha consentito a una coppia che ha fatto uso di questa pratica in Ucraina, di portare a termine quanto in Italia sarebbe vietato. E questo attraverso un atto di nascita redatto all’estero.

Con il timbro finale di un tribunale italiano.
Così il diritto diventa solo una formula vuota, come se il divieto non esistesse. Viene aggirato anche il divieto di sfruttamento, e di commercio sulla nascita di un bambino. E ciò spiega che cosa avverrebbe abitualmente se venisse approvato l’attuale testo sulle unioni civili.

Sebbene qui si tratti di una coppia eterosessuale...
Ma quando si parla di una coppia di omosessuali, se maschi, è evidente che un figlio se lo può procurare solo attraverso queste pratiche. Come è già avvenuto d’altronde.

Da sinistra emergono nuove consapevolezze. Quasi a far rivivere il compromesso alto del testo costituzionale.
È un invito a riflettere, a un ripensamento, per collocarsi nel solco profondo della Costituzione e della ragionevolezza: puntando a non spaccare il Paese, senza guardare a chi vince e a chi perde. Uno spazio di riflessione che andrebbe utilizzato da tutte le forze politiche.

Quale via d’uscita indica?
La strada è quella segnata dalla Corte Costituzionale. Le unioni civili sono una formazione sociale con fondamento solidaristico-affettivo che va tutelata, ma in modo diverso e distinto dal matrimonio. Con una disciplina puntuale, senza continui rinvii al diritto di famiglia. Poi sull’adozione c’è da decidere da che parte si sta. Se dalla parte della coppia che vuole un bambino o dalla parte del bambino. Se facciamo la scelta giusta la soluzione è facile.

Togliendo i riferimenti all’adozione, già nell’articolo 3?
Sarebbe saggio affrontare il tema nella sede più propria, dentro una legge di riforma dell’adozione e della tutela del minore. L’articolo 3 introduce una totale equiparazione con una serie di rinvii ai casi in cui nel codice si usa la parola coniuge e si stabilisce che da ora in poi dovrà essere aggiunta la "parte dell’unione civile". Il comma 4 poi introduce una chiusura, sull’adozione ordinaria, ma non sull’adozione speciale. A quel punto l’articolo 5 che regola la stepchild adoption diventa una specificazione non necessaria. Già l’articolo 3 la prevede, legittimando di fatto l’utero in affitto.

Quindi il problema nasce già dai rimandi al matrimonio?
Nasce dai tanti rinvii dell’articolo 3, anche a intere sezioni del codice. L’adozione ne scaturirebbe quasi automaticamente, o per via giurisprudenziale, specie con l’allargamento alle unioni della disciplina sulle adozioni speciali.

Da un lato i 5mila emendamenti, dall’altro il canguro che li taglia tutti. Come si fa?
Un tema del genere può diventare un braccio di ferro o un incontro di pugilato: 5mila emendamenti non sono una cosa seria, ma anche il "canguro" presenta dubbi di lealtà costituzionale: le leggi vanno approvate articolo per articolo e poi nel loro complesso perché la discussione sia adeguata.

Siamo ancora in tempo per correggere il tiro?
Deponendo le armi ci può essere la seria volontà di esaminare i profili di costituzionalità, o almeno di problematicità che il testo contiene.

Ma va corretto il simil-matrimonio e stralciata l’adozione...
Con intelligenza e buon volontà ci può essere una disciplina appropriata delle unioni civili che non sia la fotocopia del matrimonio, rinviando a una sede diversa della discussione su adozioni e bambini.

C’è ancora tempo?
Se ci fosse buona volontà e intelligenza di scrittura bastererebbe un pomeriggio.

Renzi lascia liberi i suoi.
Ma, ripeto, serve buona volontà. Serve un’iniziativa politica, non solo dichiarazioni di principio. Per evitare soluzioni "costrittive" su temi delicati che spaccano il Paese e anche i singoli partiti. Non sarebbe intelligente. Un’iniziativa alta, invece, rafforzerebbe la sua autorevolezza di presidente del Consiglio e leader politico.

Il cardinale Bagnasco ha difeso il voto segreto.
La libertà di coscienza è sancita dal non vincolo di mandato, ma su temi così delicati la segretezza può garantirla maggiormente. Ciò detto gli attacchi a presunte ingerenze sono del tutto prive di fondamento, il presidente della Cei ha il diritto di esprimere la sua opinione.
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