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M5S, Grillo e la riscoperta dei «valori»
EUGENIO FATIGANTE
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'Vaffa' e idee, ruolo-ombra di Casaleggio e proposte, chiacchiere e fatti. In oscillazione perenne fra questi poli opposti, nella terra di mezzo che cresce fra destra e sinistra, seme di quel 'vero partito della nazione' (quanto a trasversalità di composizione sociale e credo religioso) che fa riferimento a M5S, sono tornati ad affiorare valori e temi etici.

Più che una svolta si tratta di un recupero, a dire il vero. A dettare la linea è sempre lui: Beppe Grillo, il gran comico, il 'padre-padrone' di questo movimento che, predicando la fantomatica democrazia diretta, in un pugno di anni è incredibilmente assurto al ruolo di seconda forza politica del Paese. Il fenomeno più evidente di questo ritrovato 'ancoraggio' è stato la svolta impressa dal fondatore alla linea pentastellata sul ddl Cirinnà, con la libertà di coscienza data ai suoi (per lo più favorevoli comunque a unioni civili e adozione del figliastro) prima del caos sull’emendamento-canguro.

Una linea avallata anche da Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista, big di estrazione cattolica. Negli ultimi giorni due mosse hanno confermato poi questa direzione. C’è stata la lettera al Corriere della sera, per sottolineare che nel concetto dell’utero in affitto a spaventare è soprattutto «la logica del 'lo facciamo perché è possibile'». Ci vuole cautela in presenza di questa «trasformazione epocale della famiglia italiana». Una centralità di ogni essere umano che è poi la caratteristica di una realtà basata sul principio dell’'uno vale uno' e sulla proposta-chiave del reddito di cittadinanza. 

Un po’ sotto silenzio è passata invece l’intervista concessa 10 giorni fa a Michael Braun, per il giornale berlinese di sinistra Die Tageszeitung ( Taz). Un’intervista a tutto campo, in cui il leader affronta i grandi temi di sempre (Europa, migranti, economia, ecc.), miscelati dal suo punto di vista 'non sapienziale': «Certo, io non ho delle ricette straordinarie. In Italia abbiamo sempre aumentato il debito. Quando devi pagare quasi 80 miliardi l’anno di interessi, la tua economia nazionale non ha più senso».

Anche sull’immigrazione, archiviato ormai il corto circuito sul reato di clandestinità (un anno fa un gruppo di senatori M5S fece un emendamento per abolirlo, Grillo e Casaleggio sconfessarono quella mossa ma poi fecero marcia indietro), lo showman, da poco tornato anche in teatro, ha rivisto le posizioni fieramente assertive di un tempo: «I controlli ci vogliono. Ma è chiaro che se bombardiamo la Libia, poi vengono qua. Non puoi buttare a mare le persone o fermarle. Devi vedere se entrano con un documento, chi sono, avere un database e le quote. Oggi le industrie che vanno meglio sono quelle del filo spinato. Al Brennero si chiude... le grandi democrazie del Nord hanno capito che stavano implodendo su questi arrivi di massa».

Beppe sembra aver capito che l’appiattirsi su posizioni più di retroguardia avvantaggia principalmente la Lega di Salvini. Pur pescando da ambo gli schieramenti, l’elettorato a 5 Stelle tendenzialmente ha invece un orientamento di base più da centrosinistra (si ricordi la composizione della lista dei candidati al Quirinale). Anche sulla Ue le idee del fondatore sono oggi più 'problematiche'. La critica di partenza resta feroce: l’Europa «sta diventando un non luogo, tutto e il contrario di tutto» e «ha fallito perché ha lasciato la politica in mano ai banchieri», alla finanza che con una mossa «uccide a migliaia di chilometri», come in Grecia dove «siamo nella stessa situazione di prima». Davanti a interlocutori tedeschi, però, l’euro non è più rinnegato: «La strada secondo noi è la moneta unica, ma con una sovranità monetaria, perché poter gestire la nostra politica monetaria è il fulcro di tutta la politica».

Ragionamenti non ortodossi rispetto al verbo di Francoforte (sede della Bce), ma che più che alla facile polemica quotidiana guardano alle ragioni di fondo dell’Unione e allargano gli orizzonti: «Questa è una generazione che non ha più come obiettivo la crescita, il Pil... Oggi il benessere si misura con altri fattori ed è sceso al 4° o 5° posto, prima c’è l’ambiente, il rispetto dell’altro, c’è la sharing economy».
 
Al centro delle elaborazioni grilline resta sempre, come un filo rosso, il no al principio della 'mercificazione'. Lo stesso che ha animato le sue battaglie iniziali, più legate all’ambiente e all’energia. Lo stesso alla base dell’opposizione del Movimento al Jobs act di Renzi in materia di lavoro, letto come un attacco a prerogative e diritti dei lavoratori. Battaglie in qualche modo di categoria 'progressista', per usare uno schema del passato. Mentre Grillo, incurante di certo 'folklore' e approssimazione della sua classe politica, conferma sempre più il suo ruolo defilato: non più capo politico, piuttosto testimonial. Ma sempre impegnato contro ogni forma di 'esagerazione tecnica'.
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