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Intervista a Federica Mogherini
«Intesa Ue-Turchia: aiuto ai profughi»
Giovanni Maria Del Re
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​Federica Mogherini arriva al summit per i migranti (Lapresse)

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L’accordo Ue-Turchia non basterà a risolvere la crisi migratoria, un fenomeno globale che non si può affrontare con i muri. Cruciale sarà il ruolo della Libia, ma anche una politica a lungo termine di investimenti verso i Paesi di origine e di transito dei flussi di persone, soprattutto in Africa.
Intervistata da “Avvenire”, lancia questo messaggio Federica Mogherini, alto rappresentante per la politica Estera dell'Unione europea e vice presidente della Commissione Europea, che ha attivamente partecipato al Consiglio Europeo di giovedì e venerdì e al negoziato Ue-Turchia.

Alto rappresentante, l’Europa si fa fortezza affidandosi a Erdogan?
Ci troviamo di fronte una crisi umanitaria enorme, che non è solo europea ma innanzitutto dei siriani che vivono in prima persona la guerra, e di Paesi non solo come la Turchia, ma anche la Giordania e il Libano, che sostengono un impegno immenso.
Visiterò questi due Paesi nei prossimi giorni, già da un anno abbiamo messo in campo un programma molto consistente di sostegno per loro, come nessun altro ha fatto a livello internazionale. Ed è in quest’ottica che io vedo l’accordo con la Turchia: non sono soldi che vanno al governo, ma alle organizzazioni umanitarie per far sì che l’accoglienza dei profughi sia sostenibile e la protezione sia reale.

Molti lo considerano un accordo "antimigranti", con la messa in gioco del diritto d’asilo…
L’accordo indica esplicitamente la necessità di garantire al 100% il rispetto del diritto europeo e internazionale, cioè i diritti di tutti coloro che bussano alle nostre porte . Non ci dovranno essere né respingimenti né espulsioni di massa, ogni singolo migrante che arriva in Grecia avrà diritto a un esame individuale. Non può né deve essere un accordo "contro" i migranti, ma al contrario deve salvare vite, anzitutto smantellando il traffico criminale.
Certo, la sua attuazione sarà molto complessa e anche per questo sarà fondamentale che tutti gli Stati membri aiutino concretamente la Grecia fin dalle prossime ore. Su tutto questo la Turchia si è impegnata, così come ha garantito il rispetto sul suo territorio dei diritti dei rifugiati.

Rimane che l’Europa non ha fatto una gran figura…
Abbiamo visto, da un lato, uno sforzo della Commissione di proporre soluzioni europee con una condivisione di responsabilità . E invece, dall’altro, la spinta di alcuni Stati membri verso decisioni unilaterali, nazionali, miopi. È questa schizofrenia che ha portato alla necessità di gestire numeri molto alti in Grecia, se tutti avessero attuato il piano di ridistribuzione (di 160.000 richiedenti asilo, ndr) deciso a settembre, non saremmo a questo punto.

Non abbiamo chiuso gli occhi sulla situazione delle libertà fondamentali in Turchia?
No. Con la Turchia parliamo di tutto, non solo di rifugiati: di Siria, di Cipro, di terrorismo, della questione curda, di diritti umani. Io stessa ho fatto inserire nelle conclusioni del vertice un chiaro richiamo al rispetto dei diritti e del diritto. Del resto con Ankara abbiamo in corso un negoziato di adesione che prevede elevatissimi standard sui diritti umani, stato di diritto, democrazia, libertà fondamentali a partire da quella di stampa.

In una lettera ai ministri degli Esteri ha parlato di 450.000 persone pronte a partire dalla Libia verso l’Europa...
Ho solo ricordato i dati ufficiali. Perché mentre concentriamo il nostro lavoro sulla rotta orientale, non dobbiamo dimenticare quella del Mediterraneo centrale. Lì il flusso non si è mai interrotto anche se è diminuito, in parte per merito della nostra missione navale Eunavfor Med, "Sophia" (lanciata nel giugno 2015, ndr), che in meno di un anno ha salvato 11.000 persone. Adesso è essenziale che in Libia, dopo due anni di faticosissima costruzione di un percorso politico, ci sia un embrione di governo di unità nazionale, con cui si possa iniziare a lavorare su una serie di questioni, dall’assistenza umanitaria al contrasto a Daesh, compresa la gestione dei flussi e lo smantellamento della rete dei trafficanti. È bene non farci illusioni: l’accordo con la Turchia non risolve tutti i problemi. Siamo di fronte a un fenomeno globale del nostro tempo: il movimento enorme di persone nel mondo. Bisogna capire che questo non è un fenomeno che si può "tamponare", o pensare di risolvere con muri. Serve un cambio di politiche, un investimento di lungo periodo, creare partenariati con i paesi di origine e di transito, ed è questo il grande lavoro con l’Africa che abbiamo avviato in questo anno, soprattutto con il Sahel, in Ciad, in Niger, con il Corno d’Africa, la Nigeria. Per questo ho visitato così tanto l’Africa in questi mesi costruendo rapporti forti che aiuteranno loro e noi.

La missione navale EunavforMed passerà alla fase 2b, in acque territoriali libiche?
L’operazione è attualmente alla fase 2a, opera cioè in acque internazionali, e ha già arrestato molti trafficanti e sequestrato molte imbarcazioni e altro materiale, svolgendo una significativa azione di deterrenza. È chiaro però che agire in acque territoriali libiche ci porterebbe a essere ancora più efficaci in termini di deterrenza e di salvataggio di vite umane. Per farlo però abbiamo bisogno di un lavoro comune e concordato con le autorità libiche. Preciso che anche questa successiva fase implica l’azione esclusivamente in mare, non vi sarà alcuna operazione a terra.

Parliamo d’Italia. L’approccio "muscolare" del presidente del Consiglio ha avuto un impatto negativo sui rapporti con l’Ue?
Ci sono state molte costruzioni giornalistiche nel rappresentare il lavoro che l’Italia fa con e nell’Ue. Io, nel mio lavoro quotidiano in Commissione e come Alto rappresentante per la politica estera, posso dire di aver vissuto e visto sempre grande collaborazione e sinergia tra Roma e Bruxelles. E questo soprattutto sui due dossier fondamentali per l’Italia, la migrazione e la crescita. L’agenda migratoria l’abbiamo portata noi in questa Europa, in una direzione in forte sintonia con l’agenda italiana. Lo stesso vale per i dossier economici: dal piano per gli investimenti, alla flessibilità, alla necessità di andare oltre l’austerity, l’agenda italiana e quella europea vedono una forte sinergia.

Come sono i suoi rapporti con Renzi? Vi sentite regolarmente?
Certo. Io e Matteo ci conosciamo da dieci anni, siamo entrambi persone molto franche. Le poche volte che non siamo d’accordo ce lo diciamo in modo esplicito, ma questo non impedisce al nostro rapporto positivo di continuare. Anzi. Del resto, il governo italiano attuale è quello da cui io provengo, così come il partito che esprime il premier è il mio partito, e sono il commissario italiano. La cooperazione, soprattutto sui dossier italiani, il gioco di squadra e di sponda, sono naturali.

Ha seguito la vicenda Regeni? L’Ue può dare un sostegno all’Italia su questo?
Lo stiamo già facendo. Ho parlato diverse volte personalmente di questo con il ministro degli Esteri egiziano Shoukry. È inaccettabile che un giovane muoia così e ancor più inaccettabile sarebbe se non si arrivasse a sapere la verità su chi lo ha ucciso, e perché. L’Italia ha e continuerà ad avere dall’Ue tutto il sostegno su questo.

Come giudica l’arresto di Salah Abdeslam? L’Europa può affrontare la sfida del terrorismo?
L’Europa sta già affrontando la sfida del terrorismo. L’arresto di Abdeslam lo dimostra: le nostre intelligence e le nostre forze di polizia hanno una capacità di reazione più grande quando lavorano insieme. Ma c’è una grande battaglia di prevenzione che dobbiamo fare. Non dimentichiamo che molti di questi attentatori sono nati in Europa, sono cittadini europei.

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