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Lettere al direttore
Il direttore risponde
«Bosnia-Siria, stesso e infinito assedio»
Non darsi pace per la pace che manca
Marco Tarquinio
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Caro direttore,
circa venti anni fa cessava a Sarajevo uno dei più lunghi assedi della storia lasciando dietro sé ferite e ricordi indelebili di dolore, morte, indignazione. Quell’assedio oggi non è finito, dura ancora, è geograficamente spostato in un’altra area del pianeta, non molto lontano dalla città bosniaca e miete vittime ogni giorno, anche ora, in questo momento, specialmente tra i bambini. Venti anni fa ci svegliammo come se ci avessero colpito con un pugno in pieno volto, tutti insieme, tutto il mondo contemporaneamente e senza scorrere le immagini in diretta attraverso i social network. Oggi l’assedio di Sarajevo non è finito, ha semplicemente cambiato nome: Madaya, Aleppo, Yarmouk, Foah, Deir El Zoir, Kefraya... Oggi come allora, e persino di più, l’«assedio» ha le sembianze di un conflitto che colpisce un intero Paese. In Siria da cinque anni, proprio come due decenni fa in Bosnia Erzegovina, si combatte una guerra nella quale non si capisce dove sta il bene e dove si nasconde il male. Una guerra che nessuno ha saputo fermare e che ha prodotto oltre 300 mila morti, oltre 12 milioni di sfollati e 4,5 milioni di rifugiati.
Assedio nell’immaginario collettivo fa pensare a qualcosa di "medioevale". Città arroccate, olio bollente lanciato dalle torri, lance, frecce e spade. L’assedio contemporaneo di queste città sono mesi senza cibo e quasi senza acqua, bambini con le loro famiglie malnutriti, affamati, con i corpi flagellati dalle malattie, ridotti a cibarsi di carcasse di animali, cani e gatti, oppure erba e foglie. Abbiamo tutti i social network, ma non sentiamo le loro voci disperate che chiedono il nostro aiuto. E noi? Noi oggi come a Sarajevo siamo ammutoliti, attoniti ad intermittenza, indignati per pochi giorni, inermi di fronte alla forza di altre notizie, frustrati dalla mancanza della voce sana di quel pacifismo che venti anni fa e fino al 2003 è stato capace di farsi sentire con forza e che oggi vive tragicamente l’imbarazzante e perversa scelta tra Assad e Daesh senza pensare che è di pace, semplicemente pace che bisogna parlare. Sarajevo fu assediata per 5 lunghi anni. La Siria, il popolo siriano, è sotto assedio da 5 anni, costretto alla fuga, ucciso, sfregiato e nel suo viaggio della disperazione respinto o fatto morire in mare. Le foto del bambino malnutrito a Madaya, di Aylan riverso sulla spiaggia, dei bimbi assetati di Aleppo laveranno anche questa volta le nostre coscienze come le foto dei massacri in Bosnia e torneranno di moda i crimini di guerra e i processi postumi. Il finale non è ancora stato scritto. La fiera dei "come è potuto accadere?" o dei "dove eravamo?" invece è già iniziata. Non c’è più tempo. Neanche per i nostri inutili minuti di silenzio perché è da cinque anni che il popolo siriano e i suoi bambini sono circondati da un silenzio assordante. Sarajevo è ancora sotto attacco mentre noi, e i nostri figli, dormiamo sonni tranquilli e in pace. Possibile che sia questa è l’unica cosa che ci interessa?
Andrea Iacomini - Portavoce Unicef Italia


No, non è possibile dormire sonni tranquilli, caro dottor Iacomini. E di fronte alla tragedia della Siria continueremo, per quanto è in nostro potere, a cercare di aprire occhi, accendere attenzioni, scuotere coscienze, impedire errori e orrori. Per questo abbiamo deciso da tempo di sostenere strenuamente l’appello per Aleppo, città cosmopolita e ultima antica e grande casa comune di uomini e donne di tante fedi diverse e proprio a motivo di ciò doppiamente martire nel tempo forsennato del jihadismo del Daesh e del cinismo dei dittatori e dei "poteri forti" del mondo. Appello lanciato e rilanciato con lucida generosità da Andrea Riccardi, e che ha raccolto convinte e importanti adesioni, ma anche l’indifferenza dei signori della guerra e dei loro complici diretti e indiretti in tante aree del mondo, compresa purtroppo la nostra Europa. Per questo, non distogliamo gli occhi da quel dramma e da ogni altro, a cominciare dall’angosciosa condizione della gente di Madaya. Per questo abbiamo posto, con l’editoriale di Giorgio Paolucci di domenica scorsa, 17 gennaio, e un successivo, accurato e inevitabilmente dolente lavoro di documentazione, la grave questione dell’embargo anti-Assad che in realtà – come ogni embargo – non fa altro che piagare la vita del popolo colpito, incancrenendo lo stato di guerra, senza riuscire a piegare il regime sotto tiro. L’embargo in atto contro la Siria è – insisto – un embargo contro i siriani: rende ancora più difficile e persino impossibile dissetarli, sfamarli, curarli, soccorrerli. Per questo bisogna farlo finire. Per questo, caro e gentile portavoce, sono convinto anch’io proprio come lei che i tanti "assedi" che costituiscono uno stesso "assedio", sconcio e mai finito, vanno spezzati con coraggio e pazienza a uno a uno, a partire dalla nostra presa di coscienza. Spazzar via il disumano "blocco" che genera l’ingiustizia e la guerra si può solo se siamo spinti da una sana e persino santa inquietudine. Non ci dobbiamo dar pace per la pace che manca.
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